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Com’è
stata onnivora e senz’argini l’“action painting” nell’utilizzare i più
vari materiali attraverso i modi sempre nuovi e dissacratori d’un’arte
già collaudata, anche stavolta Carlo Villa, avvalendosi d’un titolo che
richiama a proprio spunto quel magma espressivo utilizzato da Pollock,
s’adopera col furore della scrittura a segnalarci la realtà stessa
della parola attraverso quella del quotidiano, “sgocciolando” paragrafi
d’un’indignazione aspra e sconfortata, frutto d’un disperato bisogno di
salvare, con la sua identità anche quella della scrittura: ambedue
minacciate ogni giorno di più dall’assedio dell’uniforme prono al
mercato.
Le campiture di Villa sconcertano per la densità d’una lavorazione mai
distratta nell’ottenere la materia più incandescente, quale che sia
l’argomento affrontato, la fresa del privato operando sul pubblico
senza rispetto, riponendo ancora fiducia nell’uomo, proprio
analizzandone le debolezze e le infinite sofferenze sopportate nel
tempo. Un linguaggio, quello di Villa a capofitto e fino al suo ultimo
respiro, in un progetto ritenuto utopico: e forse proprio per questo
non segnalato come meriterebbe, da una società letteraria restia a
interrogarsi sui suoi fraintendimenti, privilegiando il massimamente
farcito di furbizie e di cinismi.
Un “dripping” che gronda narratività composite, segnalandosi tra queste
la vicenda emblematica di Fo, mitico laboratorio riferibile alla vita
stessa dello scrittore, in quanto presente già in altre sue opere, ad
austera militanza e sfida virtuosa, perseguite a sprezzo d’ogni
possibile resa, nel rappresentarci il dramma dell’esistere e la
commedia del vivere, utilizzando i più vari registri in corti circuiti
ogni volta godibili per il mosaico dei contenuti e il rigore d’uno
stile soffuso d’amara ironia.
Carla Villa, Dripping, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2007
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