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Stupisce che l’umanità dopo millenni d’orrori, ad opera sopratutto di ben pochi arroganti che nel tempo l’hanno umiliata ai propri fini infami, utilizzando violenze terrene e metafisiche, si trovi ancora oggi nella medesima, se non peggiore situazione d’asservimento, nonostante i solo apparenti vantaggi apportati alla coscienza dalle scienze.

    Lo spirito gregario e di rassegnazione, anche quando non sia più dettato dalla fame endemica, dalla malattia subito mortale e da un aldilà ricattatorio, resta il motore prevalente d’una competizione avida e cieca nel favorire ingiustizie e scatenare guerre, con alibi e diversivi non meno infami di quanti la storia possa ricordare.

Carlo Villa in cinquant’anni di scrittura ha toccato spesso questi temi, da ultimo in Agrità e in Sotto la cresta dell’onda, apparsi per la stessa SEF, e in Quel pallido Gary Cooper  ancora una volta l’indignazione e lo stupore per il destino dell’uomo si sposano a una scrittura densa d’espressività nell’analizzare con l’individuo, l’attualità politica, e lo straniarvisi della letteratura, intesa come civiltà del linguaggio: forma e al tempo stesso contenuto di se stessa, e ascetica disciplina nel saperlo: non a caso sconfitta proprio da chi più lucra sulle sue spoglie. Villa tutto questo lo discorre in un giornale condensato, secondo la profezia d’un Éluard, aiutandoci a leggere tra le righe di quanti se ne trovano nelle edicole, per stanarne le quotidiane menzogne, testimone scomodo dell’odierno degrado verificatosi in ogni campo.