Com'è stata onnivora e senz'argini l'“action painting” nell'utilizzare i più vari materiali attraverso i modi sempre nuovi e dissacratori di un'arte già collaudata, anche stavolta Carlo Villa, avvalendosi d'un titolo che richiama a proprio spunto quel magma espressivo utilizzato da Pollock, s'adopera col furore della scrittura a segnalarci la realtà stessa della parola attraverso quella del quotidiano, “sgocciolando” paragrafi di un'indignazione aspra e sconfortata, frutto d'un disperato bisogno di salvare, con la sua identità anche quella della scrittura: ambedue minacciate ogni giorno di più dall'assedio dell'uniforme prono al mercato. Le campiture di Villa sconcertano per la densità d'una lavorazione mai distratta nell'ottenere la materia più incandescente, quale che sia l'argomento affrontato, la fresa del privato operando sul pubblico senza rispetto, riponendo ancora fiducia nell'uomo, proprio analizzandone le debolezze e le infinite sofferenze sopportate nel tempo. Un linguaggio, quello di Villa a capofitto e fino al suo ultimo respiro, in un progetto ritenuto utopico: e forse proprio per questo non segnalato come meriterebbe, da una società letteraria restia a interrogarsi sui suoi fraintendimenti, privilegiando il massimamente farcito di furbizie e di cinismi. Un “dripping” che gronda narratività composite, segnalandosi tra queste la vicenda emblematica di Fo, mitico laboratorio riferibile alla vita stessa dello scrittore, in quanto presente già in altre sue opere, ad austera militanza e sfida virtuosa, perseguite a sprezzo d'ogni possibile resa, nel rappresentarci il dramma dell'esistere e la commedia del vivere, utilizzando i più vari registri in corti circuiti ogni volta godibili per il mosaico dei contenuti e il rigore d'uno stile soffuso d'amara ironia.