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                                                          Un surrealismo morbido

 

Il tono delle poesie di Carlo Villa è molto quieto, sornione, insidioso, falso-vero; l’autore gioca quasi sempre su un leggero senso di straniamento a stravolgere i fatti stessi che « narra », ribaltandone il senso comune. La lingua di Villa poi è il più delle volte gonfia di stivaggi imprevisti e di accostamenti oleosi, lutulenti, nonostante che le sue partenze abbiano luogo in un quotidiano plausibile e « ben pettinato ». La situazione vi campisce deliberatamente colloquiale e si serve di questa andatura dall’apparenza « ammodo », per compiere invece continue e improvvise capriole.

A ben vedere anche la metrica della poesia di Villa, è sostanzialmente una metrica in falsetto, una specie di musica colloquiale a sorpresa (palazzeschiana), che procede battendo e ribattendo su toni ed assonanze interne, per vie spezzate e spirali, delle quali si riconoscono le partenze, ma non si prevede, là per là, l’esito finale; per non parlare dei molteplici effetti intermedi, tra i quali non sono rare le rime a più diverso titolo ed effetto; a una lettura accorta questa sinuosità di richiami « tonali» sparsi nel testo, persegue una cadenza molto attenta e attutita, che sembra sciogliere le « sorprese », lasciandole però in sospensione.

Il discorso ricorre quasi sempre a una specie di rottura « soffice », se posso chiamarla così, gonfia di ombreggiature e di chiaroscuri colorati, tipici delle campiture impressioniste, cioè a una specie di scivolamento che ad ogni tratto frana, rendendo instabile il terreno praticato. Improvvisamente c’è sempre come un piccolo strappo nel discorso di Villa, e ci si accorge di questo solo tornando indietro o procedendo verso l’immagine che segue, poiché lo scatto tra l’uno e l’altro segmento « narrativo » è minimo e sul momento quasi inavvertibile. In realtà, il discorso prosegue sempre filato, pacato, accattivante, trascinando il lettore verso la fine, in una specie di fascinazione sospesa, indistinta, mentre a guarda bene si sta già dall’altra parte dello specchio. Parlando di Carlo Villa e della sua poesia, è stato portato in ballo il surrealismo. Ma il suo è una sorta di una specie di alterazione controllata delle possibilità automatiche che ha il discorso di farsi plurimo.

Qual è il segreto di questo meccanismo così apparentemente dimesso e così armoniosamente « calcolato ». È, direi, il moto di spirito, è l’ironia a doppio salto mortale, la quale scatta attraverso una molla che, via via che si legge, si avverte caricarsi e tendersi piano piano, senza apparente sforzo, né preavviso dell’attimo che guizzerà per lo scatto finale. In questo modo il discorso « logico » si divarica, la certezza si fa precaria, il dato di partenza risibile, e ogni significato finisce per stuzzicarne ben altri.

Il motto di spirito di Villa in fondo è un piccolo scoppio, una sorpresa che sopraggiunge a scombinare il componimento, fino a un istante prima teso ben altrimenti, verso fini insospettabili; un’attesa che andando in una certa direzione, a un tratto viene deviata, sconvolta e portata in una direzione completamente diversa, e il più delle volte antagonista a quella appena frequentata. Lo scopo che ha questa sorniona costruzione è d’instaurare e di suscitare nel testo uno stato di latenza e di ambiguità, fino al sopraggiungere della « ferita » paradossale.

Non voglio qui fare delle proposte di lettura particolari, ma è certo che talune poesie di Villa comprese in GORBA  e ne LA MAESTA’ DELLE FINTE¹, per non parlare della quasi totalità dei presenti componimenti, adoperano tutte l’ironia per stravolgere (un verbo che Pier Paolo Pasolini già adoperò a proposito della poesia di Villa nel 1962, prefando il suo volume d’esordio²) positività e valori, dati di fatto e certezze, dapprima conducendo per mano il lettore, quindi, quando il corridoio si sia fatto buio e l’antro impenetrabile, facendolo precipitare attraverso ghigliottine e trabocchetti generalmente esiziali per la logica e per il raziocinio.

In altre parole, dietro alle insidie e agli sgambetti di cui abbiamo parlato, dietro al colore verbale e alla visionarietà sempre tesa, esiste in Villa una doppiezza e una falsa coscienza, per cui il suo discorso spesso è a più capi, e s’intreccia, via via alludendo a diversi argomenti e a numerose possibilità di direzione, fino all’ultimo tenute nell’incertezza; salvo ad esplodere in agnizioni e in significati variamente previsti o imprevisti in ciascuna delle singole partenze.

Un’ultima osservazione vorrei farla, poi, a proposito di taluni componimenti di Villa, che pur trattando di paesaggi e di argomenti disparatissimi, finiscono per adoperare, rimanipolate e saldate in una diversa costellazione, immagini e frasi analoghe fra di loro, concretizzando nella poesia del nostro autore un elemento di grande e solida « economicità »; in forza del quale, ogni componimento sembra avere un suo fluire riconducibile e riutilizzabile per sempre nuovi usi e collocazioni, in una mostruosa intercambiabilità di significati. Ciò prova, ci sembra, una fiducia estrema e vertiginosa nelle possibilità costruttive del vocabolario; nel quale, sembra ricordarci Villa, c’è già contenuta ogni cosa scritta: passata, presente e futura.

Alfredo Giuliani

 

1 Rispettivamente Mondatori 1972 e Guanda 1977.

2 « Il privilegio di essere vivi », oggi ristampato con disegni originali dell’autore da Casagrande, Bellinzona 1987, a venticinque anni dalla sua prima edizione.