|
Nelle
turbolenze dell'Italia del boom, un giovane trentenne di buona penna
partecipa alle vicende letterarie del paese. È il periodo del Gruppo 63: le
sue opere entrano subito a far parte del grande giro, salutate da Pasolini,
Maria Corti, Sinisgalli. Il primo titolo in prosa, La nausea media,
originale diario del disagio di un colletto bianco, viene edito da Einaudi
con una lusinghiera aletta di Elio Vittorini. Poi, il calo. Graduale:
qualche nuovo titolo dal principe degli editori, altre pubblicazioni sparse,
fino a una progressiva dimenticanza. Dai quarantacinque in poi, l'ex autore
di belle speranze comincia a vivere una vita al passato. Pubblica poco e
male, completamente ignorato dalla critica. E cosí oggi, anno 2005, si
ritrova postumo in vita a guardare il suo avvenire dietro le spalle. Sembra
la trama di un film agro della Hollywood semiimpegnata: è la storia vera di
Carlo Villa. Di questo destino sconfortante, l'autore si vendica nell'unico
modo che sa: scrivendo. Riempie le carte di prose autobiografiche,
pubblicate in edizioni semiclandestine che nessuno recensisce e nessuno
nota, destinate a non arrivare neppure in libreria. Ma tant'è, il gioco
dell'editoria vuole cosí: con la scena culturale riservata ai soliti pochi,
senza spazi ulteriori. Eppure, nel diluvio universale di testi senz'arte né
parte, quelli di Villa si distinguono per una qualità della
scrittura oggi piú che rara, di una attualità senza tempo, tenuti insieme
dal collante dell'autobiografia. Sotto la cresta dell'onda è l'episodio piú
recente: pagine e pagine di un personalissimo zibaldone, senza date né
riferimenti, a narrare la vicenda umana dell'autore. Nella successione senza
rete degli argomenti si trova davvero di tutto, in particolare
l'osservazione acuta della società: «La futile cerimonia degli Oscar ha
avuto ugualmente luogo, mentre macchine e uomini USA in Iraq si intruppavano
tra loro, distruggendosi impietosamente», «La riforma paolina della messa ha
appiattito la rappresentazione latina in una fiera paesana e la formula
secolare sui banchi di un mercato rionale nient'affatto per i poveri, semmai
per i miserabili». Ma dove il diario si leva sopra la media è nella
narrazione del disagio quotidiano, fisico e intellettuale: «A ogni passo la
gamba mi si sbilancia, quasi il pavimento mi si sottraesse»; «è il corpo che
fa finta di niente e che emana sussulti nonostante sia in vista delle ultime
tappe»; «Non essere recensito non m'avvilisce piú, anzi m'inorgoglisce; ma
non è vanità da volpe e l'uva, un frutto di cui non ho mai avuto desiderio,
né bisogno; è affinamento e purezza che proviene dalle sconfitte
immotivate». Il tutto con una prosa di qualità costantemente alta, ritmata
quasi come poesia: «Nella capsula a quattro ruote, camicia di forza di leve
e tiranti, l'uomo consuma immobile le sue emozioni di guida». Intendiamoci:
in un profluvio cosí eccessivo, non tutto è buono. I riferimenti politici,
per esempio, ispirati a un antiberlusconismo di maniera, sembrano
un'antologia di critiche lette e stralette su mille giornali ogni giorno:
senza nessuna novità. Ma in generale prevale la qualità: con un editing
competente, l'insieme di queste prose fuori controllo potrebbe trovare un
pubblico non di nicchia. ( Belfagor, a cura di Andrea Kerbaker
)
|