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Caro dolce nessuno
Società Editrice Fiorentina, 2006, p. 366. Euro 15,00
 

Prosegue in questo volume il lungo e angosciato viaggio di Carlo Villa intorno a se stesso e al proprio tempo. Questo scrittore appartato, eppure legato alle vicende pubbliche da un rapporto di amore e di ferocia distruttiva, è posseduto da una disperazione particolare, che intreccia introspezione psicologica, invettiva e notazione saggistica.
In forma di dialogo Villa cataloga e disseziona le ipocrisie e gli egoismi della nostra società, da quella letteraria a quella politica. Come scrittore ha pubblicato molte opere per alcune delle più importanti case editrici italiane, lavorando anche per la radio e la televisione, conosce quindi i vizi e le virtù di entrambi i mondi e li sa sferzare in pagine di acrimonia feroce e divertente.
Giornalisti superficiali, editori poco attenti, politici affetti da troppo presenzialismo. Gli aculei morali della sua scrittura non perdono un colpo e vanno spesso a segno, coadiuvati da un rigore stilistico che alterna pagine di torrenziale indignazione sociale con inquietudini notturne e depressioni insidiose sino allo struggimento.
" Per conoscere la verità quanto spesso è indispensabile frequentare la menzogna. La verità nasce dall'inganno, dall'interpretazione del non vero; e questo per i misteri più custoditi dell'animo, cha anche a guardarlo in faccia e di profilo svela ben poco " ( p. 289 ).
Quando il tono depressivo prende il sopravvento, la memoria di Villa ritorna ai paesaggi delle proprie origini familiari, che sono ricercati con accenti lirici e insieme dilatati sino alla deformazione. Ne emergono alcuni tra i frammenti più estraniati e commossi di questo diario. " Nel folto d'ogni macchia, qui a Fo, si stende una congiunzione dolorosa, impassibile per quanto mi ci provi a penetrarla. Sorde prodezze badano ad organizzarsi e se calpesto la vita dei nidi, balzano fuori panciuti zorri, ibis deformi, fantocci sferoidi e papere da mungere "  ( p. 199 ).
Questa mistura composita di temi pubblici e privati, di attenzione alla natura e alla storia riscatta la scrittura di Villa dalla melanconia consolatoria. Si deve risalire probabilmente alla grande tradizione di scrittori francesi degli anni Cinquanta e Sessanta per ritrovare lo stesso uso critico della memorialistica. Il gusto per la sottolineatura grottesca, per l'accumulazione nevrotica richiama però ad un precedente tutto italiano, quello di Carlo Emilio Gadda.
Con lui Villa condivide una straziante cognizione del dolore umano.
                                                                                   ( Umberto Brancia )