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                                                                   SINE NOMINE

 

Nel deserto si rinnova la nostra stessa nascita
(Saint John Perse)

    L'anonimato in poesia e nelle arti in genere sembrerebbe senz'altro un controsenso: e già il fatto che esista una Direzione Generale per la Proprietà Letteraria, istituita apposta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, una SIAE, per non parlare dei vari sindacati di categoria, al fine di tutelare le opere dell'ingegno, a dimostrare con burocratiche lettere quanto sia inconcepibile che un testo letterario e un dipinto, una scultura e un brano di musica, concreta che sia, vadano esenti da una firma; generalmente del suo autore: che ha creato il prodotto in questione dal nulla.

    L'opera d'arte è sempre una richiesta d'attenzione, considerazione, se non d'amore, e vorrebbe essere corrisposta proprio applicandosi un biglietto da visita.

    Eppure non è stato sempre così e anche di recente una curiosa antologia ha raccolto testi del tutto anonimi dovuti ai più illustri poeti contemporanei, soprattutto dell'area di ricerca e d'avanguardia: mentre e di non troppi anni fa il progetto d'un editore di provincia che con tanto di garanzie notarili

fece proselitismi per una collana che a sfida di un mercato sempre più disattento e colpevole nei riguardi di un valore che non fosse blasonato dalle vendite, licenziava romanzi e raccolte di poesie prive di firma. Ma basterebbe anche riandare ai tempi eroici della letteratura, quando l'espressione sgorgava libera e priva d'impacci vanitosi; e non si parla qui soltanto dei poemi omerici con la nota "querelle'' ancora inestricabile: né di quante opere più o meno classiche siano giunte a noi mutile e prive del loro autore per motivi di storica contingenza, in quanto anche in tempi meno arcaici, la poesia "cortese" e trobadorica spesso andava esente da un contrassegno d'appartenenza.

    Non si può negare che quando un testo che funziona, condizione essenziale e appena sufficiente, non abbia la firma, acquista un fascino imprevedibile che finisce per accrescere la sua vibrazione. amplificando il fantastico che gioca nel lettore;  il quale nella collocazione non convertibile, é come se potesse immedesimarsi ancora di più nei gangli espressivi che si trova a percorrere: quasi facendoli suoi in mancanza di un qualche "padrone" riconosciuto e contrassegnato.

    In questa licenza e caccia al tesoro senza esiti di provenienza, il flusso dell'anonimato ribattuto ad

ogni rigo crea un gioco delle parti in un ribaltamento di tempi privi di "persona", in definitiva provocando affezioni e stati creativi, realtà e squarci storici, illazioni interpretative e curiosità pettegole, così distanziati da una catalogazione critica, da far respirare aromi sottili e prelibati al lettore che vi si addentrasse.

    L' anonimo, è cosa nota, accresce e irradia interesse, turba, sconcerta, prescrive considerazioni allettanti, e basterebbe citare il "Nessuno" che accecò Polifemo, il catafratto di Guerin Meschino, il velo candido a manto d' ogni effige dei Teutonici e quello delle donne musulmane, le maschere più o meno tirate a fargan dei politici e dei detentori del potere, le rappresentazioni teatrali delle coccarde e degli ermellini, i musi e procedere guerreschi delle vetture blindate coi vetri a prova di proiettile e d'ogni comunicazione sociale, per subire il flusso fatale che divide l'ignoto e l'occultato, il segreto e il mancante da quanti sono invece costretti a denudarsi dinanzi al quotidiano.

L'inaudito proprio dell'anonimato fa scattare una concentrazione "violenta'', che altrimenti non sarebbe, e l'appropriazione non può essere che caratteristica e sconcertante, dovuta a un frapposto che si sottrae e non si denuncia.

    Detto questo si dichiara che in una poesia valida priva di firma, la carica inquietante non può che farsi ancora più salutare all'emozione lucrata, restando nel significato stesso della poesia il grumo torrido del non identificato, prevalendo semmai il flash suscitativo che scalpita con ben maggiore piglio alla lettura, così privo di volto individuo e individuabile; scattando anche di più una consistenza collettiva: se ogni poesia è una richiesta d'amore, allora non si può concludere che chi non si sappia celare non sa amare addirittura, per farlo avendo bisogno di protesi rassicurative, rappresentate intanto da una firma? II celeberrimo "Frammenti di  un discorso amoroso" di Roland Barthes ne rappresenta i1 vangelo, ed esiste più d'un racconto che specula sull'accidente occorso a un testo privo di firma, scartato da una lizza editoriale, poi rivelatosi un classico famoso, capitato per errore nel mucchio degli esordienti: a riprova, ce ne fosse ancora bisogno, di quanto un nome, al di là di un intrinseco contenuto del testo, possa suggestionare e decidere acriticamente, il mercato del libro è pieno d’“intercessioni”, purtroppo.