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                                                            RE IN INCOGNITO

 

                                                                       Aver scritto per anni un’opera così monumentale,
                                                                       affidando tutto all’avvenire, sapendo che nulla
                                                                       di ciò che scriveva sarebbe stato pubblicato, lui
                                                                       vivo, è un fatto d’una grandezza morale.
                                                                                                     (G.Macchia:”Saint-Simon”)

 

      Il male, l'inesatto, l'errore, le sbavature, le molte emozioni traumatiche come fanno a svanire nel passato. E a uno spirito inquieto, carico sempre d'aspettative, è indispensabile una sopravvivenza tangibile degli affronti subiti, così da potersi consolare, avendoli dovuti affrontare. Un documento del genere resta un blasone di nobiltà indiscussa: se nell'animo accade il rimorso, nella gestione quotidiana d'un equilibrio sempre in pericolo, è salutare il diario. Ogni combattuto stato di cose ha il suo spazio e considerazione sul quaderno, tramite avvicendamenti precisi e addirittura datati: viva matassa che non si esaurisce mai, pur dipanandosi in tutte le ore del giorno.

     Si tratta d'uno speciale documento che mantiene sempre ben lubrificato ogni trascorso, in un agrodolce compiaciuto assai simile al ritornare sul luogo del delitto; si tratta d'uno scalpiccio mnemonico, d'un sentiero prezioso e d'una mappa precisa che ripercorre ogni istante dell'orizzonte perduto, in quanto già percorso: si tratta d'un vaccino a precauzione della vita che passa. In questo modo la vita è come non potesse mai avere fine, percorrendo un gigantesco anello privo d'origine e di conclusione. Inoltre, dal momento che i fenomeni della memoria sono sfuggenti, a riprendere in considerazione il sentimento già scritto, l'affollarsi delle emozioni genera raffiche inedite che scavano in profondità e ad ogni frase annotata se ne generano altre e da un quaderno se ne producono due, in un patrimonio di se stessi in continua espansione.

     Nella più parte dei casi il diario dà un’immagine deformata del suo personaggio e viene fuori qualcosa di monotono, ove non fosse depositario di eventi inauditi; lui sempre se stesso, annotando particolari stati d'animo di sconforto, dando addosso a chi glieli abbia provocati; tanto è vero che difficilmente si leggono diari che non siano resoconti di fallimenti e di dubbi atroci, affreschi sia pure poetici, ma pur sempre d'inibizioni sofferte: è dimostrato che chi abbia umore sereno non lo scrive affatto il diario, preferendo la vita.

     Chi imbratta quotidianamente un diario, cerca le parole adatte per fermare ansie altrimenti deleterie, restandogli in circolo; e i tranelli della grammatica filano tra le sue dita nel tentativo di raggiungere e di placare le miserie della mente e le defezioni del corpo, in una sorta di flusso regolare fatto di trattini, virgole, accenti, punti e accapo; la sua giornata procedendo riprodotta in un futuro stivato.

     L'abitudine a tenere il diario nasce dall’adolescenza e dai dormitori femminili e certo un diario non sarebbe mai da pubblicare, possedendo codeste matrici, venendo meno, tra l'altro, il profumo l'atmosfera autentica da dov'è spuntato; a parte adesso ogni possibile valore intrinseco, senza dubbio circoscritto a un privato avvampato, nella quasi totalità dei casi.

     Re in incognito e principe ereditario delle lettere, i suoi piaceri però sono infiniti, mai impacciati dagli accapo e dalle virgole, qualora venga frequentato anche oltre l'orlo della contingenza onanista, di cifra petulante e corriva; ed è con questo convincimento mai dimostrato valido che l'uomo congesto durante il giorno, generalmente la sera e nel silenzio della notte, sale sul piedistallo dei suoi quaderni per dirigervi  il traffico dei pensieri accaniti e dei fatti rimasti efferati, spacciandovi il diritto d’occuparsi di tutto senza un briciolo di pudore, né di rassegnazione.

     Adesso le cose gli appartengono del tutto e ne può ricavare budini e marmellate con una facilità che stupisce; manicaretti estremi e il mondo circostante gli si scioglie e liquefa in zuccherini confidenziali attraverso i quali penetra, cucchiaio supremo, nel centro d’ogni luogo più intimo con avido squartamento. Affatto commosso che qualcuno possa diventare suo lettore, il turbamento riguarda piuttosto la facilità con cui tutti gli altri gli diventano scrittura nell’accedere al tavolo per essere ripagato dei danni ricevuti; che la pagina osserva e testimonia attraverso fluidi inquietanti che ora si cristallizzano, ed è come esorcizzare i fantasmi; se del mostro se ne fanno figurine, infatti, la terribilità diventa un gioco e un prontuario per quando dovesse ripresentarsi; la spina si spunta, la pena s’arresta, domata dalla parola giusta sul diario.

     Una volta al tavolo lavorano tutti per lui, fattosi abilissimo a farli fruttare, rigo per rigo in turni spietati in cui debbono lasciare il massimo di quanto posseggono, e li abbandona solo quando gli avessero esibito ogni loro albagia.

     Ha uno spirito altamente vendicativo costui nei suoi quaderni ed è difficile che qualcuno che abbia frequentato si salvi, non avendone che raramente ricevuto un contegno corretto in quella direzione che sempre pretende; il diario è quindi un baluardo contro l'oblio, circa le offese ricevute; una forma di capitalizzazione per poter osservare dall'alto quanti fossero sguarniti addirittura di se stessi e figurarsi la crema che se ne possa fare, osservandoli. Gradino d'inattaccabilità, non vi si deve rispondere di niente a nessuno, per come risulta affilata questa protesi indossata ogni giorno.

     Collezione di particelle altrimenti perdute, questo verbale è rinascere in una sorta d'amplesso con le parole ed è un tentativo, dapprima brancolante, ma riga dopo riga, pagina dopo pagina, sempre più consistente e ordinato per rientrare nel proprio alveo e per raggiungere una serenità altrimenti impossibile frequentando le nude notizie di tutto quanto attorno si sgretola e cede, dissestandosi senza costrutto: basta si acquisti un giornale e s'indugi oltre l'uscio del proprio abitato. E anche in casa s'aprisse il tv, restandone agghiacciato.

     Nel diario è la saldatura al distante moncherino, per raggiungere la cuccia persa e la matrice che ci ha espulso senza che ce ne fosse mai stato chiesto il permesso: ma chi li ha autorizzati a farci venire al mondo solo per sopportarvi tanto strazio e sicura perdizione; se non altro perché tra non molto si morirà di sicuro e magari tra le pene più inique, non avendo fatto nient'altro che subirle, dal primo fino all'ultimo istante. E pretenderebbero un ringraziamento: t'ho dato la vita! La morte, dite piuttosto. Che razza di supremo egoismo, tipico di chi un diario non lo tiene. E allora in questo terreno proibito e recinto chiuso mantenuto nascosto, s'annotano le schegge più vergognose e compromettenti: esplodessero tutti i diari del mondo, nel caso ogni uomo ne tenesse uno, la terra acquisterebbe un punto d'incandescenza da oscurare il sole, è certo.

     Ogni diario ha la forza propulsiva d'un sistema vitale, ma c'è troppa pigrizia e disattenzione su ciò che siamo potremmo esser per praticarlo, preferendo venderci a merce del primo imbonitore, piuttosto.

     Diario come desiderio, eros e coscienza delle proprie contraddizioni; utopia di un ordine finito, rispetto al caos e continuamente emorragico che ci circonda; ossia punto fermo nella disperazione d’ogni giorno, e oggetto conclusivo, una volta per tutte non più modificabile. E' riordinare il mondo, altrimenti nemico e persecutorio, non esorcizzabile con qualunque altro mezzo, sfidando ogni volta l'ignoto del proprio abisso: il più pauroso che sia dato. Insomma è una protesi, in quanto l'anima più del corpo ne ha bisogno, per corroborarvi un'autostima che le faccia salire un gradino della storpiezza di base,altrimenti irrimediabile.

     Chi è l’”eroe”? Colui che è in grado di replicare per ultimo, sopprimendo il dannoso. Si è mai visto un eroe che rinuncia all'ultima parola?

     E il diario ha proprio questa funzione intemerata, vista la sordità dell'universo. Testimonia che qualcuno ha barato nel gettarci fuori; almeno questo, se il resto e d'un sordido silenzio.

     Il diario, e conseguentemente il libro che ne possa venir fuori, è proprio il riconoscimento della propria impossibilità di parlare e di vivere; altrimenti perché si preferirebbe confidare i propri tremori a un foglio di carta. Condizione sufficiente per una letteratura della crisi e della infelicità espiata anticipatamente, il diario disfa di notte la tela appena tramata, ma anche continuare a nutrirsi, ben sapendo che il corpo è mortale non è ridicolo? Perlomeno quanto condensare sulla carta un tracciato di azioni solo fantasticate, invece d’immergersi nel flusso biologico. Ma così l’esserci ci appartiene.

     Il diario è un deposito del cuore, una vita cristallizzata, una stimolante spirale e di queste figure retoriche possiede il fascino e l'eterna maniera d'intridere. Con il diario a quanto sembra non s'invecchia perché a starsi a guardare così spesso le rughe non si possono più individuare; e viene alla luce di notte, come un figlio abortito, è scritto clandestinamente, conosciuto con ricognizioni furtive e quasi essere masturbatorio, intanto è un bene di cui si è talmente gelosi che a cederlo e a non possederlo più, si è come feriti: quel periodo disperso sarà certo un brano di meno che resta da vivere.

     Genitori che ci hanno visto traballanti sulle gambine e che ignari ci hanno regalato fiduciosi il primo quaderno, si sono domandati, scurendosi in volto, perché mai avremmo fatto loro il torto di non  proseguirvi le aste e solo quelle: come puoi farci una cosa simile e darci improvvisamente del lei, a noi che ti abbiamo tenuto sulle ginocchia; ma il diario lo si tiene caparbiamente per anni proprio per poter dare del lei ai genitori e agli amici vacui e deridenti, che ci escludevano dai giochi e per consolarci di quelle puberi vanesie per le quali palpitava puberamente intanto il nostro cuore.

     Il diario non fa politica, si dice, ma poiché permette di tenere lo sguardo fisso sull'infinito, siamo convinti che i grandi pensatori e i poeti non siano altro che accorti amministratori di un proprio diario, cioè di se stessi. No, non esistono i geni, ma solo determinate condizioni storico-critiche che, rispetto ad altre elevano questi contributi giornalieri a intuizioni insuperabili. Una loro esplosione sarebbe impossibile poiché il diario è sposato alla segretezza e al piacere di cesellarvi dettagli e approssimazioni di piccole cose, di cui si resta poi sommamente gelosi.

     Fortemente interiorizzato e intimamente inserito nella sua sola natura, il diario è un paesaggista di se stesso e nello studio del suo centro-terra e della speculazione dei fenomeni ad esso relativi, resta continuamente alla ricerca di sempre nuovi e più lusinghieri significati: ed ecco perché fallisce continuamente nella conservazione di amici e di compagni, dalle qualità dei quali forse chiede ogni volta troppo. Alle attenzioni altrui, si predispone, ma che siano attenzioni vere, sincere e non ipocriti gesti scorretti e nodi speculativi di un puntuale sfruttamento; ed ecco la sua intransigenza, intolleranza e gigantesca presunzione di poter esigere tutto e subito non solo da se stesso, ma anche dagli altri; loro che neppure con se stessi, e figurarsi a scriverne pensano d'essere schietti.

     Alla pagina ancora vuota apporre la data, d'impeto selezionare l'argomento e iniziare la frase, sono teneri contatti di un predisporsi all'incanto, e maneggiando l'attrezzo, il diario è il nostro docile servitore; e questo sì che è un affetto del quale non si perde niente, che non s'interrompe mai e che non può far finta, neppure volendolo. Nel diario è stato ampiamente provato che si crea una sorta di amplesso, un tentativo dapprima brancolante, ma riga dietro riga, pagina per pagina poi sempre maggiormente consistente, sentita questa come soluzione per raggiungere quella serenità altrimenti impossibile, nel rinsaldarci al distante moncherino; raggiunta la cuccia persa e la madre che ci ha espulsi, il diario è dunque un'analisi di laboriose umiltà per riconquistare, risistemandovici dentro il grembo perduto, ogni volta credendolo possibile.

     L'esigenza di tenere un diario nasce da lontano, per maturare e mantenersi in vita quasi in una sorta di flusso biologico. Il diario in questo modo finisce per essere un interlocutore indispensabile, data la moralità sempre intransigente e il bisogno di far ordine proprio del suo autore. Senza dubbio, del resto, le opere letterarie più singolari. per immediatezza e per necessità. sono sorte dalle pagine di un diario, in quanto questo finisce per essere accumulo di tutte le emozioni e le analisi vissute dal suo autore: di conseguenza è un prontuario insostituibile e un manuale cui attingere caratteri, personaggi e situazioni autentiche e senza dubbio vive, in quanto vissute sulla propria pelle. Se scrivere è sempre un collezionare e trattenere la vita, che altrimenti passerebbe emorragica e nel segno della rassegnazione, tenere il diario è tesaurizzare, addirittura l'istante sfumato della quotidianità più estenuata, in una cadenza delle minime cose che, data la disattenzione invece imperante, non può non produrre; quando il suo autore è speciale; una dimensione espressiva e conoscitiva eccezionali. Si scrive il diario avvertendo che la vita altrimenti sarebbe come non fosse mai stata: Valery e Cioran lo dimostrano. Il diario, inoltre, per uno scrittore, è anche un trucco e un metodo per farcela, e una disciplina per mettersi ogni volta nella difficile condizione di fare; è una sorta di cinghia di trasmissione per i progetti più ambiziosi che richiedono organizzazione, tempo, correzioni e ripensamenti. Il diario insomma, dato il suo ritmo naturale e sciolto da qualsiasi responsabilità estetica, scioglie i dubbi e gli impacci, predisponendo felicemente al lavoro. E se c'è un diario che rispetto al suo autore risponde a queste caratteristiche, è senza dubbio quello della Nin, poniamo. Fin dagli anni trenta questa monumentale imbalsamazione di una scrittrice che, pure nei suoi vezzi e limiti " imagisti", è da considerare tra le più sensibili del suo tempo, è stata oggetto di mitiche supposizioni e ha avuto estimatori pertinaci, tra i quali ricordiamo Henry, Miller, che per il "giornale" della collega azzardò paragoni del calibro di un Sant' Agostino, di un Abelardo e di un Proust. Conosciamo tutti gli entusiasmi talvolta eccessivi dell'autore dei "Tropici"e nel caso della Nin sono da tenere un tantino in sospetto anche a causa del legame che c'era tra i due; fatto sta che

nelle oltre quindicimila pagine dattiloscritte che formano il monumentale diario di costei, si respirano relazioni e luoghi come altrettanti percorsi narrativi, mentre su tutto si staglia la descrizione appassionata del viaggio che compie una donna alla ricerca di se stessa. In possesso d'una consapevolezza immediata, terribile e dolorosa, la Nin, attraverso fiumi di annotazioni mai compiaciute né vanitose, ma sempre filtrate attraverso una febbre di conoscenza vivace e creativa, dipana la sua disponibilità alla vita; che è ingenua solo in apparenza, in quanto, alla lunga, si avverte che ogni lasciarsi andare e disporsi al flusso degli altri non è altro che una maniera per meglio succhiare da costoro nutrimento per crescere e per capire. Indipendentemente dagli episodi, dalle persone e dai luoghi riportati, in questo diario privo di argini, ciò che affascina e tiene vivo l'interesse del lettore, è l'appassionata e quasi tattile ricerca della verità, che naturalmente non è solo quella di una donna attenta e sensibile ai propri gesti ed emozioni, ma d'una interprete appassionata di tutto ciò che riguardo alla scrittura e all'espressività le succede attraverso gli anni e gl'incontri vissuti spudoratamente. Tra i tanti consideriamo i circostanziati viaggi nel Messico, che la scrittrice compie nell'inverno del 1947. Qui le intuizioni, apparentemente dimesse e scarne, giungono allo stato d'animo globale e la velocità delle annotazioni, la perizia coloristica e l'effetto comunicativo recano nel lettore immagini di una smagliante partecipazione. L'atmosfera rarefatta e sognante suscita in chi legge il desiderio di qualcosa che si ha, che si è, ma che, sepolto nell'intimo più buio, non si può spiegare. Ma proprio per questo la Nin nel diario è una grande scrittrice, in quanto sa fermare un patrimonio che è di tutti con la perizia dei pochi. “In definitiva”, scrive proprio a tale riguardo la Nin: "quando si crea un mondo tollerabile per se stessi, lo si crea per gli altri"; e su questo argomento le annotazioni della Nin sono numerose. Si veda a sostengo di ciò la risposta che dà a un giovane scrittore sul perché si scrive: "Non c'è alcun dubbio, lo scrivere è dire non ciò che possono dire tutti, ma ciò che siamo incapaci di dire noi". Ma la prosa odierna, per la più parte è d'una tale povertà e banalità, che finiamo per entrare in un mondo sminuito e rimpicciolito, altroché nell'espressione. La responsabilità della scrittura è invece quella di potenziare i nostri sensi, ampliando le nostre visioni e consapevolezze, anche mantenendo contatti attraverso pagine di diari "professionali". E qui l'elenco sarebbe lungo, anche a indicarne solo le più valide, ricordando Renard, Saks, Chatwin, i nostri Arbasino, Savinio, Pavese, a quest'ultimo la protesi diaristica essendo serivita a giungere addirittura all'annullamento di se stesso; com'è stato per Morselli, del resto. Ma a citarli tutti occorrerebbe una pubblicazione a parte e se non tralasciamo, proseguendo alla rinfusa, Dostoievski e il precursore Dante, Proust, sia pure restandone autore per interposto personaggio, ricordiamo Mazzonis, Léautaud e Giorgio Manganelli, altro indispettito chiosatore di se stesso in ogni suo titolo che, a proposito de "La vocazione del superstite", parla di autobiografia “in senso più callidiano che memoralistico; il tutto tenuto insieme da un sugo verbale ritto e denso, colto e caldo, cruccio degli epatici golosi”; non dimenticando l'altro contemporaneo amato dalla Ginzburg. Umberto Pavia, con il suo "Quaderno dei temi'', d"un autolesionismo così vorace, da somigliare a un Canetti. Ma dopo Brancati, Camus, Casanova, Alvaro, sempre a volo d'uccello vorremmo concludere l'esemplificazione con il corposo, tetro,  vitale Bukowski, alias Henry Chinaski, in quasi tutti  i suoi “dannati” titoli sempre prettamente diaristici; qualche considerazione in più destinandola al giornale di Jean Cocteau.

     Vanitoso fino alla spocchia più insormontabile e noiosa; geniale fino alla ingenuità più smascherata; elegante con un metodo che talvolta raggiunge uno stile, Cocteau nel suo disarmante diario annota quotidianità e moralità, ricordi e autocelebrazioni, intuizioni smaglianti e gorgheggi da prima donna, innaffiando il tutto con un compiacimento contemplativo dei suoi trascorsi e dei suoi successi mondani davvero infantile, per com'è scoperto il ruolo che s'è dato; o meglio che gli hanno dato di ragazzo terribile della letteratura francese. Pochi personaggi del suo tempo hanno ricevuto così numerosi onori e hanno auto la possibilità di conoscere e di frequentare i numi tutelari d'un’epoca come Cocteau; basti citare: Picasso, Gide, Mauriac, e sgargiante. sempre alla moda il gusto poliedrico ha coinciso, nel caso di Cocteau. con l'ebollizione del surrealismo storico, con il cinema emergente, con il teatro d'avanguardia e con il fenomeno dei balletti russi; Cocteau in questo tappeto magico di coincidenze ha finito per trovarcisi a suo agio, e in un salotto, quello di

casa sua, sempre aperto a tutti, s'è verificata la fucina d'un trovarobato mobilissimo e irripetibile, dati gli attori a disposizione e la scena molteplice.

     Ma non deve credersi, solo perciò, che Cocteau millanti nel suo diario altro da sé e che abbia vissuto di rendita solo per queste fastose coincidenze (anche se pellicole come "Orfeo'', “I parenti terribili'', "Il sangue d'un poeta'', lo hanno si direbbe "costretto" nella storia del cinema); perché lo scrittore ha un animo sensibilissimo e la sua scrittura l'asseconda pungente e duttile nel pettegolezzo, quanto in taluni squarci intuitivi di profilo critico; che nel suo Diario raggiungono il meglio di sé, fin dal pezzo d'apertura, quando sotto il titolo "Sull'invisibilità", Cocteau scudiscia sentenze capitali a proposito della poesia, prendendo l'argomento così da lontano, da appassionarci per le sue doti di "pasticciere" e d'equilibrista della mente: “l'invisibile a me appare come condizione dell'eleganza. L'eleganza scompare quando dà nell'occhio. La poesia eleganza per eccellenza, non può dunque essere visibile. Ma allora, mi direte voi, a che serve? A niente. Chi la vedrà? Nessuno. Ciò non toglie che sia un oltraggio al pudore. Il suo però è un esibizionismo che si rivolge ai ciechi. La poesia si limita a esprimere una morale privata..." Eccola la temperatura e la passione di Cocteau, quando si tratta di qualcosa che lo turba e che per lui finisce per essere una ragione di vita; com'è appunto la poesia; così poco tale, del resto, il più delle volte; ma proprio per questo così caparbiamente accarezzata. Lo scrittore nel Diario è sempre un se stesso che si autodenuncia nell'impotenza, fregiandosene come di un titolo di merito, quando più avanti, nello stesso capitolo sibila: Il bello è sempre il risultato d'un incidente, d'una rovinosa caduta tra abitudini prese e abitudini da prendere ... quando infine la nuova abitudine è presa, l'incidente non sarà più tale...''. Quindi, mutuando Delacroix e Matisse, due altri giganti di cui Cocteau si fregia per incantare il suo pubblico, aggiunge sornione: “Non si è mai compresi, si viene accettati…”

     Esiste in Cocteau, qui più che altrove, una così commossa tenerezza per il tare dello spirito, una così travolgente convinzione che il gusto, lo stile e l'equilibrio nel gestirlo salveranno il mondo, che nelle pagine del suo Diario (eccezionali quelle che vanno sotto il titolo `'La difficoltà di essere"), circa il discorso sull’uomo e sull'artista, finiamo per ricevere il meglio del suo disperato presenzialismo; che non è stato altro che una protesi, in mancanza d'amore; e valgano tra tutti a dimostrarlo i capitoli che s'intitolano: “Sulla pena di morte”, nei quali è data al lettore, tra le altre cose, anche una lucida chiave di lettura proprio del suo Diario, da Cocteau mai considerato tale:”M'infastidisce lo spiattellamento della vita intima. Mentre sotto il titolo: "Sul1a giustificazione d'un' ingiustizia", Cocteau rivela la sua gregarietà da un Picasso, addirittura venerato in un rovello dalla doppia anima. Inoltre si leggono con un brivido d'indulgente disagio le vanitose schermaglie dilaganti in titoli quali: "Sulle libertà relative" e in "Deriva".

     Ma la carta vincente di Cocteau, in tutto il Diario, come nella sua opera in generale, è a nostro avviso l'eleganza, l'aneddoto che s’eleva a principio e il pettegolezzo a proposizione estetica: e nel libro il capitolo "Sulla preminenza delle favole", di questa, particolarità ce ne reca una messe davvero esaustiva, e condita a dovere con il paradosso e la parodia: altre caratteristiche precipue del Cocteau più vivace, da avvicinarlo al nostro Arbasino.

     Affamato di notorietà, pur adeguandovisi nobilmente, Cocteau conserva uno spirito inquieto e ribelle e sempre il Diario ce ne recai una prova indiscutibile; con la coscienza dei propri limiti, insieme a una grande moralità; ma ciononostante è costretto a atteggiarsi a ciò che il momento e l’epoca hanno già deciso per lui; e come si fa a sbugiardare tanto credito e una così scenografica fede.

     Il diario e il suo rito è strumento necessario per risolvere una infelicità intollerabile, il quaderno facendosi congesta coltura d'ogni esperienza indigesta; si stenta a credere quanto una frase scritta calmi l'assedio dell'indistinto che sovrasta; già la ricerca delle parole per dirlo è terapia, mentre la frase individuata placa il malsano, solo per il fatto che sia usato di circolo, stagliandosi solido il suo veleno sulla carta, finalmente depurato. Vi sono poi cose che non si possono dire a nessuno, neppure a se stessi, ma al diario sì: repertorio d'un’umanità senza firma né data e confessionale sedativo per una calma sia pure temporanea: ma di pagine ce ne saranno sempre tante. Ogni diario è un contenitore di odi, stanchezze, contraddizioni, assedi d'una tensione che a non saperla svuotare sarebbe insopportabile, è calendario che racconta desideri: si legga in Prezzolini e in Sthendal come possa ridurcisi la vanità. Ce ne sono di avvincenti, ma la loro attrattiva dipende dalla capacità del falsario che li redige; quelli genuini sono molto più rari e sono soprattutto questi ad essere andati persi. I più interessanti sono i diari che intrecciano tra loro lo scrittore e il personaggio raccontato. Per la sopravvivenza dell'umanità non c'è altra speranza che ricomporre ogni individuo in un diario: chi sarebbe più irriguardoso e arrogante? Finirebbero le brutalità, solo i quaderni venissero scambiati in una sorta di mercante in fiera emulativo.

     Diventa pericoloso il diario che nel tentativo di restare impermeabile addirittura a sé, oltrechè agli altri, usasse cifrari e contraffatte calligrafie. Come fidarsi del suo autore; in questo caso? Coperta di Linus, emostatico contro l'emorragico; illusione che la vita non sia andata perduta con tutte le vissute passioni, interessi, curiosità, energie, investimenti; è il raccoglitore principe di se stessi, la nomenclatura d'ogni collezionismo, archivio per tutto ciò che sia stato possibile afferrare e che solo per questo non sia andato perduto; imbalsamazione di se stessi, in una gloriosa presunzione, arrogante marchingegno; ed è così robusta questa propensione, che l'alternativa a questo immane papiro, ossia il vivere senza lasciarsi dietro la corrispettiva scia, significa aver tutto sprecato.

   

     Sono stato spietato anch’io nell'analizzarmi, ma le mie schede non finivano mai affrancate e non recavano mai un definitivo recapito: figuriamoci se potevo aspettarmi una qualche risposta plausibile. Una pagina era fonte di doppi e tripli piani e i nomi, i periodi, i fatti vi rimbalzavano, quasi fossero di gomma: la mia fanciullezza è stata del tutto sconsiderata e ho sempre temuto di non poterci giungere all'indomani: non sapevo proprio dove collocarlo, non collocandomi da nessuna parte io; preferivo ammettere d'essere malato e che il quaderno fosse una medicina che avrebbe dovuto fare il suo corso per giungere e recarmi a un qualche benefico effetto. Ma perché gli altri sembravano invece così esenti da tante afflizioni? Per quanto autentico bambino, non ne ero mai certo, quasi vivessi ogni giorno a ritroso per giungere a quei pascoli finalmente adatti al mio stomaco madornale; avvertivo di non avere i medesimi organi, né gli stessi mezzi dei miei compagni, sparuto e impossibile interprete di origini fosche e sconcertanti. Il diario non ricordo quando cominciassi a scriverlo, ma ho nitide ancora oggi le sedute spasmodiche nel vergare delle vocali, dei numeri, dei dittonghi su quelle pagine da prima elementare d'una volta, che non so se ancora sussistano, sferzato dai rimproveri indefessi di adulti spietati, nel costringermi a manovrare la mano solo in quel certo modo, a me misterioso e inverecondo, immancabilmente restando inammissibile il bisogno mio di utilizzare il gioco liberamente contratto sull'asta, tremante, comandandomi come ciò fosse possibile, dati i cocenti scapaccioni presi ad ogni occhiello malcompitato, sul capo, ad ogni nuovo tentativo di farcela già aspettandomi lo scapaccione seguente: dev'essermi nato di qui il diario. Ma le prove più atroci erano quelle della domenica, quando sul quaderno imbrattato dalla mia cocciutaggine, a non scrivere come, si doveva, sopraggiungeva mio padre: catafratto nel suo batiscafo dalle lenti a pinz-nez.

     L'alfabeto non m'è stato mai un bene, finché non sono riuscito a condurlo sul quaderno nell'essermelo potuto svolgere da solo, con regole del tutto perverse, finalmente, perpetuandomelo nel tempo, letto o scritto che fosse, riducendomi a un cercatore di parole: appena m'accingo a leggerle, tutte mi s'inalberano nella pagina e le singole sillabe iniziano ad agitarsi con degli accenti talvolta comici e rovesciati. Le parole appena individuate abbandonano insomma i1 loro vero significato, si scrollano di dosso il carico fin troppo pesante dei loro vezzi usuali, perpetrati nel tempo e fattesi native e primordiali, assumono le direzioni più sconsiderate: è come se a un tratto acquistassero il diritto di ridiventare giovani, solo per il fatto che io le abbia lette. Vanno tutte cercando delle pieghe e plaghe ulteriori, in un loro vocabolario ristampato; ma per quanto mosse in una loro compagnia disfattista, ben presto io le inquadro di nuovo a mio uso e consumo, stavolta immobili e misuratissime, non più soggette, a illazioni che non siano assolutamente madornali,      Quanti piccoli conflitti bisogna che risolva ogni volta per la loro plasticità litigiosa; ma a causa della mia provvidenziale alchimia, per quanto vagabonde, prima o poi passano tutte nel mio dizionario cagionevole. Ed è anche meglio, quando invece di leggerle si tratta di scriverle. Infatti, poiché sotto la penna l'autonomia delle lettere scorre ben più lentamente, le loro anatomie, sillaba per sillaba vivono infinite trasformazioni interne, ed essendone lo spericolato promotore, agucchio il cannello, chino alla funzione, che ad ogni nuovo occhiello partorisce un sussulto: in questi casi non so proprio davvero dove il vocabolo potrà andare a parare, a furia di sillabazioni e la penna ridisegna la pagina, in una mai stanca strada percorsa semplicemente solleticando il vocabolo, sul quale ho comunque buon gioco. Sul quaderno a scrivere a lungo e con sollecitudine, mi vengono incontro i più ignoti volti lessicali e si vede che noi fummo molti nelle nostre differenti grammatiche e assolutamente diversi nei nostri primi passi verbali, perché in ogni sillaba che adotto è un personaggio che inizia a contare, aggirandosi attraverso gli antri di tutte le vocali possibili e delle consonanti successive: è sul diario che ho cominciato a conoscere la mia identità, sul filo delle sconvolte parole, finendo anno dopo anno fatalmente per rassomigliarvi, e raccogliendomi ogni volta tutto intorno alla fragilità del primo lessema imbroccato, scendo così profondamente nel suo recesso, da provare un brivido di rinnovato orrore: ma grato, in quanto mi fa libero anche dell'ultima scoria che non abbia potuto convertire al duttile mio nuovo, vindice trasferimento: solo chi scrive un diario può risorgere! In esso tramite brine essenzialmente infantili la penna fascia il mio animo d'incerte tracce indelebili, tutte improntate alla più incredibile, instabile e inedita vita alfabetica ed esaltandomi a questa pesca miracolosa, vi ritrovo l'infanzia del dettato, ricreandovi tutti quelli che abbia subito, con la pena d'uno scolaro che non abbia altra felicità, finalmente, che la facilità di sbagliare, senz'altra punizione che quella, ancora oggi, di non potere accedere a un voto conveniente. Dovrei forse restituire questo privilegio dell'immaginazione, la pagina ridurla a un crampo e fra queste rovine essere un rigattiere per guadagnarmi una sufficienza sul quaderno? La scrittura l'ho sempre, soltanto immaginata e dovessi cadere nella sventura di frequentarla com'è nella vita, questa a cosa mi porterebbe? Così ogni grumo impagliato di lettere è una istanza al di fuori d'una plausibile storia, e sordo a ogni sostanza che non sia travestita, le emozioni io me le invento al di là d'ogni viluppo sensato, giorno dopo giorno.

     Se talvolta la scrittura mi tiene imbrigliato, è per un istante e la mia cocciutaggine ripristina l'illazione, e senza sponde decolla la pagina: basta una assonanza e prende la tangente e nascono e progrediscono senza limiti accensioni al quadrato d'un fuoco verbale che si fa rovente in ogni rigo del quaderno.

     Una assonanza in eccesso, è già un inizio di poema e mi prendo gioco dei suffissi e delle desinenze, andandone a distaccare le crune, manco servissero a ugello a tanto selezionato stillicidio, e castro vocaboli maschili per fornirmi d'un harem spropositato.

     Per ogni parola maschile, ho sempre preferito il sostantivo più plastico e una prima considerazione riguarda il modo per moltiplicare un genere tanto amato, trattenendolo con infinita attenzione: subire un dettato in simili condizioni è un tormento! Inflitti un semplice cambio di desinenze alla mia vocazione non basta, in quanto sottintenderebbe il femminile più arrendevole a ogni capriccio; ma devo recarvi alla radice e agire in profondità, giocando ogni vocabolo con le etimologie, in questo modo conquistando onorevolmente la cavità femminile. Il vocabolario d'uso comune a riguardo è assai parziale e com'è nella vita, spesso privilegia il lessema del maschio, trattando il femminile come genere derivato, e allora reperire nelle parole, per quanto virili, le profondità squisitamente muliebri, ecco il mio sogno ad occhi aperti, giusto su un diario possibile.

     La potenza, mascolinità, l'audacia sono vocaboli indubbiamente femminili, perché allora nel loro concetto quotidiano restano attributi generalizzati del maschio? Al contrario, violata così spesso dai soli uomini, come mai poi la pace, indubbio sostantivo dal sesso gracilissimo, perde ogni sua tenerezza di base e lungi dall'evocare riposo, scatena fitte retoriche a battesimo della presunzione maschile? Conviene amare molto le chimere per giungere a una felicità non qualsiasi, e abbarbicato a questo gineceo di rimembranze, vi saetto dentro i miei decisi, per quanto sempre provvisori languori, manifestando una sete di mammella buona, ove rincorrere quel leggero profumo di cipria e di latte che non ebbi mai a succhiare fin da piccolissimo. E il diario diviene culla e talamo.

     Le desinenze femminili sono sempre assai dolci e vi sono vocaboli nei quali il femminile compenetra le singole sillabe, com'è in "umiltà", "speranza" e “fede"; mentre questi sentimenti attribuiti all'uomo ne accentuano i contrari, drammatizzando la vita in una tendenziosa profezia dalle finalità nefaste: di conseguenza sono così agguerrito nel difendere la natura delle "a'' e delle “e”, contro ogni inquinamento delle "o" e delle "i", che per raffreddare, stroncandola, ogni virilità dell'oggetto linguistico, sul rigo dissemino molteplici apostrofi e nelle singole frasi spruzzo vocali, dissemino occhielli, scapricciandomi negli anelli, pur d'accedere a groppe munite di faretre e intingoli tutti mirifici.

     Talune femminilità turbano più di altre e già sorta la "luna", il "sole" diventa impossibile, per come il polito corpo della prima si porge candido e brillante tra le "gonne" porose della "notte". Occorrono proprio desinenze femminili per accentuare la velocità d'un diario. Ma bisogna avere un sicuro intuito per la lenta sonorità della desinenza gentile, e questo non è sempre facile, come si potrebbe credere. Vi sono parole così solide nella loro realtà sessuale, che non sembra possibile scalfirle: ma una volta aggirato il grumo del maschio, il profumo del vocabolo dolce eccolo propagarsi a tutto il discorso al completo.

     Resto stupito nell'apprendere che il maschile e il femminile dei nomi derivano dal caso: ma siamo pazzi! E se in ogni specie animale la femmina è spesso più minuta del maschio, scovando lessemi delicati, il successo loro è sicuro. In tutte le lingue del resto le terminazioni muliebri prorompono più tenere e attraverso il mio disegno di bellezza cito la corsa dei '`petali" che vanno a guarnire la "rosa"; l'incorruttibile ressa dei “marmi”a esorcizzare la "morte''; la "foresta'' genitrice degli “alberi”; e il "fuoco" non è composto da singole "fiamme"; la "prateria" infischiandosene del "prato"; e se il ”centauro” è un cavaliere che non potrà mai essere disarcionato, la “centauressa” è un fiore dalle portentose qualità terapeutiche, degno della scienza medica di Chirone. La desinenza femminile alleggerisce il periodo e non gli permette di toccare terra; e "silenzio!", quante spiacevolezze ha segnato; non è preferibile la "quiete"? Ed è 1’”uscio” o la "porta" a chiudere meglio? Bisogna proprio non amare la lingua per credere nei sinonimi. La "lampada'' é amica, ma lo stupido "lampadario"?

     Appena al tavolo mi raccolgo e comincia la tensione; la lotta rappresa tra il tempo e ciò che faccio. Sembrando che di tempo ne abbia solo per questo, sono attento a non sprecarne. Per qualsiasi cosa quanto ce ne vuole; e allora usarlo con attenzione. Poco si combina altrimenti. Bisogna costringerci a non fare altro: dalle cinque del mattino; ultimamente dalle quattro. Per quanto ne avrò ancora, del resto? Comincio, e ogni parola ne reca delle altre, e in questa fitta popolazione quali dicono prima e di più attraverso ipotesi e paure? Perché non m'è dato di scrivere anche piacevolmente? E ogni giorno aspetto di ricominciare; così mi vergogno di meno, proseguendo sul quaderno.

     Non ho altre aspirazioni, solo questa tensione; purché non mi venga meno nel cingerla, dati i colpi che ricevo ad ogni capolinea, e per qualsiasi proposta fatta. Quanti anni di lotta con le parole e con quanti su di esse arrogano diritti di filtro; nonostante ogni pagina, così non ho un documento che mi faccia aggio; anzi è proprio questo diario a tirarmi giù, soffocandomi. Non l'avrò mai quel “lettore” speciale capace di considerarmi e che una volta davo per scontato; a catalogazione dei miei trascorsi non avrò un bel niente: e anche questo sarebbe un trascorso da scrivere; ma a che pro: frenato dall’ingenuità e dal ridicolo, così non l'azzardo. I tempi si sono fatti strettissimi, consigliandomi piuttosto delle indicazioni testamentarie su questo diario della fine.

     Adolescente, mi sono trovato questo robusto impatto del quaderno e mi venne fatto di frequentarlo nel tentativo di farla franca con le umiliazioni che mi venivano impartite a man salva, è il caso di dire; e l'ho perseguito appellandomici durante le stragi via via frequentate, fossero state di figli e di sentimenti, ogni volta facendomi provetto carnefice: veniva sempre prima il quaderno pur di avere un tema in più sulla pagina: ma non avrei mai creduto che m'avrebbe procurato sempre più angosciose umiliazioni, col tempo. Sul diario questo lavoro del punto e della virgola m'ha reso tutti più distanti, da salutare non con la vista, ma con gli occhiali; mai nessuno con cui scambiare quattro chiacchiere, al quale leggere anticipazioni e, accorato sono convinto d'aver perso gli amici proprio a ragione delle parole lavorate giornalmente su di essi.

     Non mi arrogo meriti; né ormai la possibilità di sfangarla ha un senso.

     La cognizione certa di morire, sorprendente in tutti, giornalmente mi reca dolori nient'affatto tranquillizzanti, facendomisi unica interlocutrice: essere pronto, capirai! Non è mica un credito bancario da esigere con una firma riscontrabile. Non è rassicurante finire in un certo giorno, a una certa ora, sapendolo per certo, documenti alla mano: dopo avere fatto che cosa, poi? Glossato parole d'una glassa irrespirabile: uno sgarbo proprio grossolano. Filo di lana da mordere tra le labbra; che sta per infrangersi: le ho tentate tutte, ora basta a tentativi. Di me resterà solo carta. Tanta, da ricostituirci una foresta di quaderni.

     Ho lavorato nel chiuso d'una analisi spietata, e questa s’é vendicata in una resa a dir poco fallimentare: ma ciò che ho fatto lo rifarei, perpligendomi in quest'ultimo tratto solo la sordida sordità d'un destino tanto avaro; non dico rispetto alle premesse: non le ho mai considerate, e credo d'averlo dimostrato; è lo smacco di essere stato "governato" da un apparato tanto infingardo a straziarmi. Non avevo aspirazioni particolari, solo questo propellente che non chiedeva altro che una pista all'altezza d'un tale motore. Avrei dovuto forgiarmi in un best seller, nel rispetto d'una legge economica tra le più truci? Che non avrei mai creduto potesse prevalere,scrivendo. Mi dolgo solo per quanti vi si sono potuti approvvigionare; ah le cose fossero andate in un modo diverso.      Quale non oso pensarlo. Lo illustrerà i1 diario: cimitero dei pensieri perduti, a sentire de la Serna; quanto, pagina su pagina, sedimento d'una vita, come in un corpo, succede alle scorie della gestione.