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                                                                  QUAERO HOMO

 

                                                                      Guardare la vita senza entrarci
                                                                       utilizzandola per dannarcisi.

      Se cinico deriva da cane, 1'accezione non certo positiva ha perso oggi ogni aurea di provocazione creativa che aveva con Diogene. Ma chi era costui? Un senza casa, intesa come qualcosa da difendere, e ragione per cui sottoporsi alle leggi, nel ricatto di dover essere governati nel pubblico e nel privato. Un senza famiglia, errante, pur di poter mantenere una scontenta individualità; un precursore d'ogni distinguo a venire il suo cinismo attico: pre esistenzialista, pre sessantottino, pre global, pre mani pulite, pre caroselli di piazza. La pressione per ogni idea innovatrice ad argine di ribaltoni, inciuci, leggi pro domo propria, nasce di li, portando allo scritto corsaro pasoliniano, a protesi d'uno scontento, libero battitore da sempre alla coscienza umana che non abbia altri obblighi che la dignità verso se stessa. Ha perso ogni stimmata di provocazione, si diceva, per conservare solo la licenza lucrativa e l'emulazione, nel mare magnum delle ruberie, non solo economico-finanziarie, ma proprio riguardo allo spirito e a ogni umano sentire che non sopporti delle etichette: si veda lo squallore arrogante d'un Costanzo che penalizza alla gogna pubblica, strappando la parola graziosamente concessa, quando questa non fosse allineata al copione già tracciato: cosa peraltro rara, questo prevedendo già il dosaggio delle partecipazioni e degli interventi, anche extra tribuna, meticolosamente. Eccolo il cinico d'oggigiorno, peraltro munito di tante di quelle case, in senso non solo abitativo, da recare ombra al meschino Diogene, più che fosse la interferenza d’un Alessandro; peraltro ossequioso alla nudità sovversiva del filosofo. Perché cinismo oggi sovvenziona anche il re nudo, non è alieno da investire in borsa, appositamente drogata allo scopo attraverso eventi tendenziosi, facendosi rigattiere d'incoerenze alla volta del peggiore offerente.

     Dinanzi a una simile valanga di scorie sopravvenute avverso alla ferrea disciplina delle origine, come può il cinismo, ossia la sfida all'ordinamento prescritto e benpensante a lievito di un suo inesauribile serbatoio, riacquistare nerbo e verve, nel tentativo di rinominare le sorti dell'uomo?

     Non facendosi ingannare dagli specchietti melosi e mielosi, certo, che tramite i supermercati d'ogni tipo e sostanza ammanniscono mirate narcosi. Avvalendosi d'una disciplina a questo riguardo scrupolosa nel vagliare gesti e comportamenti, scelte e progettazioni; non giocando a lotterie, intese come vendita d'indulgenze; non rispondendo ai fischi che vengono praticati ai cani, negli orridi "attenti!" prescritti dai cellulari; confidando solo nel proprio specillo da affinare tetragono a qualsiasi commestibile interferenza; ma soprattutto praticando e utilizzando la scrittura; un assoluto che non si conoscerà mai bene cosa sia e significhi, per sua fortuna; come l'insonne che intanto sa benissimo cosa sia e valga il sonno, però; un valore insostituibile, proprio in quanto così arduo da perseguire.

     Dinanzi al cinismo di massa che amplifica se stesso in catene di scempi sempre più macroscopici in ogni campo dello scibile e dell'ambiente, la scrittura è intrisa d'un cinismo primitivo, sfidando, quando sia responsabile, proprio il degrado delle coscienze, articolandosi in una resistenza diogenesca fatta d'implacabili opposizioni: ogni sua parola "pensata" è una diga che s'oppone alla furbizia dei palinsesti omogeneizzanti.

     Una scrittura cinica al punto da commisurarsi quale seconda vita, tersa e qualificata, rispetto a quella vile, condotta per conto terzi, allo scopo d'averne mance miserrime, se si pensa ai costi devoluti in termini d'individualità.

     La scrittura trova l'unica possibile felicità nella rarefazione dell'essere, conoscendolo al punto da divenire muro contro muro nello sfacelo che assedia il suo propugnatore; reca e moltiplica idee in un impegno rischioso di generosità morali dinanzi alla magniloquelenza d’un quotidiano irto di scippi e rapine sistematiche, a quanto possa dirsi quintessenza dell'uomo.

     La scrittura è l'unica costituzione possibile, avverso a quante, chiamate sia pure democratiche, dell'individuo poi non si curano, salvo a turlupinarlo attraverso i ricatti della paura e dei distinguo in uno spirito d'appartenenza crogiolo delle peggiori bestemmie.

     Riappropriarsi del cinismo delle origini, significa trovare la strada non più nell'overdose e del circense qualsivoglia, del sabato, quanto di tutti gli altri giorni della settimana, ma quella che assolva l'imperdonabile delitto d'essere stati posti al mondo, magari senza amore, e nel modo più disattento, interrompendone l'inerte catena col “quaero homo” più appassionato.

     Credere nella scrittura oggi significa verificare il senso d'una sopravvivenza, fattasi sempre più precaria, in quanto inconciliabile con qualunque potere che voglia invece prevaricare la libera crescita dell'individuo.

     La verità della scrittura supera le scienze utilizzate per avere indiscriminatamente il mondo che ci ospita, costi quello che costi, purché a pagare siano gl'indifesi: È uno strumento per difendersi. É un presidio vitale che non può essere sottratto a chi ne abbia deciso la validità, vivendoli cocciutamente.