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                                                     UNA PROTESI VOLGARE

 

                                                                                  Il vero male
                                                                                 innamorarsi male (S.Penna)

     E' probabile che, affezionato a quel ventaglio d'invettive oscene, usate con scrupolosa parsimonia fin dalla mia adolescenza, atta solo nei momenti di più grande tensione emotiva, data una "educazione" e una subita cifra repressiva atrocissima, sia io che non riesca a godermi l'odierno

scialo di parolacce, ormai sparate, quasi sempre negli stessi prototipi in luogo d’ogni singola parte sintattica del discorso; fatto sta che se raramente, e sempre per un      penosissimo  caso, “assumo”libri, pellicole che abbiano come materiale portante della loro afflitta “sceneggiatura” la coprolalia e il turpiloquio fine a se stessi, soggiaccio avvilito.

     A quanto pare per i nostri autori l'osceno è diventato moneta corrente, ed ha sostituito le idee; e il fenomeno non è legato più solo al mezzo cinematografico. Qui, semmai, l'abuso appare più evidente, dato lo specifico filmico e il complesso rapporto che lega lo spettatore alla sala di proiezione, una volta che questa piomba nel buio. Di fatto qualsiasi occasione quotidiana, ormai sembra sorretta quasi esclusivamente in virtù della parolaccia: petulante, bolsa, avvizzita e alla fine stracca, in quanto monotona e ripetitiva, e non più giustificata come schietto scatto emotivo; e dico questo non certo per moralismo, ma in quanto avvilito dallo scadere così in basso d'una risorsa della lingua, altrimenti degna e meritevole di una più misurata attenzione. Conveniamone, non è allegro essere giunti al punto di non poter più disporre di una parola veramente capace di traumatizzare ancora l'ascoltatore, e in letteratura ciò combacia con l’impotenza espressiva.

     A quanto sembra la moda, in una sorta di processo a catena, inizia con la cosiddetta liberazione sessuale, e continua a logorare, rendendole via via disinnescate, “parolacce” di qualsiasi grado, senso e temperatura, imponendone 1'assuefazione, senza passare mai per l’inventiva; né per una qualsiasi esaltante necessità; non varcano neppure per caso il muro tetro e il fondiglio atono della goliardia più provinciale e datata. Acquisito e assimilato perfino dal lattante, che, recato al Tv­cinema dalla madre avidissima, lo succhia ovunque insieme all'amorevole poppata, il vocabolario immondo sta diventando immobile, proprio come una liturgia. E questo succede perché la funzione iconoclasta e liberatoria dell'invettiva è stata recisa da quella radice popolare, dalla quale è sempre pervenuta, per coltivarsi, e in definitiva per languire, nell'allevamento sterile di storie improbabili e di vicende becere, ordite a puro scopo di lucro. Dove non c’è da stupirsi che viva in apnea, spuntata d'ogni dente e d'ogni punta della sua trascorsa furia linguistica. Infatti, considerando la lingua un tessuto, cui ciascuno, con il proprio diverso "potere d'acquisto", che la sorte e le vicende storico­sociali lo abbiano dotato, attinga per farvisi quell'abito più adeguato, azzardo che su di esso le “parolacce” sono distintivi e coccarde appariscenti; ossia cesure ritmiche e traumi lancinanti per stupire, aggiogare, sconvolgere, aggredire,          umiliare e intrattenere   1’interlocutore.

     Che i1 linguaggio denunci il potere più o meno ampio ed effettivo di chi se ne serve, non è una novità, ma per chi non abbia le carte in regola per gestire correttamente questo potere, la fuga nello “sboccato,” incoraggiata da quanti non abbiano altri argomenti per licenziare e per proporre prodotti dell'espressione, diventa una sorta di penoso surrogato. Cosi si crea una spirale dagli effetti letali, per l'individuo e per la stessa cultura: non perché il parlare sboccato sia di per sé deleterio, ma in quanto ogni rapporto interpersonale, in queste circostanze, diventa schematico e poverissimo, logoro e impiastrato di un qualunquistico grigiore. E in un libro i1 disastro è evidente.

     Una volta, dato il loro ben più accorto e centellinato uso, 1e "parolacce" stravolgevano subito, e al loro azzardo linguistico seguiva sempre una carica liberatoria (che poi era una sorta di licenza per sopportare meglio lo stress e una condizione variamente repressiva). Invece oggi, all’usura macroscopica non è seguita una adeguata reinvenzione, né un processo fantastico che ne alimenti l'abusato vocabolario; cosicché stuzzicato a freddo, questo finisce per languire in appiccicose e futili litanie da caserma affetta da pervertito “nonnismo”.

     Inoltre,  dato il rimescolio di ceti, etnie e mimetiche, spesso in autentiche aspirazioni ad offendere, le “brutte parole” diventano obbligo di comportamento; tanto che in qualsiasi famiglia ormai non solo è tollerata, ma addirittura a riguardo possono succedere gare di bravura, tra figli e genitori, nel mostrarsi ciascuno meno inibito dell’altro; nel “pulp” e “stile libero” sembrando evidente.

     Nell’usarne, a ragione o a torto, ciò che conta alla fine è farsi stimare spregiudicato e “ à la page”, in un vezzo greve e fastidioso, che rende il tessuto linguistico un goffo sacco informe, trafitto soltanto da queste meste coccarde: proprio come fosse un incongruo parametro talare. E l'accostamento noti e stato fatto a caso, giacché nella "brutta parola" è pur sempre nascosto un intento esorcizzante e dissacratorio nei riguardi dell'autorità e della religione di “Stato”. Ma stando così le cose, anche l'invettiva diventa epifonema: le messe nere e i sabba non avevano meno regole da osservare, rispetto ai riti storici che scimmiottavano; altrimenti come sarebbero potuti risultare credibili, appetibili e dunque frequentabili? Le "cattive parole" sono nate in condizioni disperate, e al fine di procurare un sostegno surrogatorio a chi frequentava fatiche penosissime, situazioni di perenne prostrazione, senza alcuna speranza di riscatto. Erano grucce per scaricare enormi tensioni accumulatesi ad opera dell’ingiustizia sociale imperversante, e come tali sono state accolte nella letteratura. Plauto, Aristofane, Rabelais, Belli, vi hanno attinto perché erano specchio di una condizione umana genuina e le lasse sboccate e sconcissime di costoro ottenevano il segno proprio per l’ammicco predante nei riguardi di chi era costretto a usare queste medesime licenze verbali, in luogo di una giusta mercede. Le “brutte parole” sono nate come grida e quali invereconde invettive

da parte di chi non aveva altra strada, né un differente canale per doppiare la terribile situazione di eterno subietto. Erano una sorta di rivolta, data l'imperversante nequizia quotidiana sopportata; un lampo d'insofferenza, sia pure ancora soltanto verbale e per prudenza accuratamente occultato sotto lo schermo permissivo dello sboccato. Però il popolo sapeva davvero inventare e ciascuna invettiva era pregnante a una condizione vissuta e sofferta; mentre oggi, a questo stesso obsoleto vocabolario ( fatto oggetto di tesi di laurea addirittura ristampate in collanine popolari ), si continua ad attingere a freddo e con un compiacimento artefatto; e sì che motivi ce ne sarebbero, eccome, capaci e sufficienti a ispirare nuovi rosari liberatori. Invece s'è massificata pure la "parolaccia"; e oramai ne ingurgitiamo surgelate, senza goderne più né profumi, né freschezza.

     Per renderla ancora traumatica la “parolaccia”, invece bisognerebbe rifondarla, riciclandone le radici “diaboliche”, nelle inquietudini e nelle impotenze che ci sovrastano oggi. Ma è possibile individuare, nella disattenzione e pigrizia che impera ovunque, dei lemmi espressivi da elevare all'ennesima potenza, rispetto al vocabolario addormentato di tutti i giorni? Trovare una carica stralunata e burattinesca a una lingua cosi bistrattata, ingaggiando una lotta senza quartiere con le regole etimologico-lessicali? E una strada sembrerebbe proprio quella riottosa e intollerante della disobbedienza, non subendole più le parolacce stantie e logore, dal momento che ci vengono imposte come catechismo. Se "la brutta parola" fino a ieri veniva concessa al popolo in luogo di una giusta mercede ed era causa di una emarginazione di classe, dato che una vieta inflazione oggi ne ha infranto ogni tabù, bisognerà disporsi allora ancora una volta nella condizione emarginati, per riabilitarne la carica eversiva; intanto frequentando la lingua da protagonisti e non più da alienati ( e questo già sarebbe un bell'atto rivoluzionario); togliendosi quindi dall'indifferenziato e spento godimento delle platee, rinnegando le imbeccate dei mass media, prive ormai di qualsiasi nerbo.            Invece a riguardo siamo giunti davvero all'applausometro; infatti basta venga detta la parola sorniona, ed ecco che le sale si sciolgono nel cachinno e i libri entrano nelle malcreate classifiche demenziali, per spirito d'appartenenza. Papà Freud nel suo "I motti di spirito" ci insegna che attraverso il linguaggio osceno la persona che lo pratica tenta sempre di aggredire e di umiliare, enumerandone le parti vergognose, il suo interlocutore. E allora può ancora essere messo in dubbio (qualora scattino certe circostanze dovute all'associazionismo periferico e all'emulazione da compenso) l'impulso a consumare uno stupro "finalmente" fisico e tattile, dopo tanti impotenti stupri verbali semplicemente subiti? L'enorme incremento delle violenze carnali proprio nell'ambito delle più o meno grandi città, sembrerebbe dare, ragione a questa tesi azzardata, proponendo il problema d'una coprolalia vissuta senza uno sbocco e quale alternativa forzata (le cui cause sono ancora tutte da esaminare), a un rapporto sessuale invece schietto, autentico e privo davvero di barriere. E d'una letteratura necessaria e non commissionata da mode, vezzi e furbizie inconsistenti, sconfitta spesso anche ai fini delle tirature e dei bilanci da provvigione. La colpa è sempre delle vittime?

     E a questo riguardo non parrebbe naturale spendere qualche parola a proposito della cosiddetta cultura-spazzatura, non a caso fornita da quanti la erogano a sprezzo d’ogni rispetto per l'utente e del cittadino, nell'arrogante presunzione che sia il peggio ciò che costui ama e aspira frequentare? Subcultura per antonomasia, dovuta alla corruzione da audience, costruita a ragione degli astronomici stipendi, cointeressenze e lugubri traffici politici, attori, suggeritori, divulgatori e critici di codesta maniera d’esprimersi e di provocare gl’istinti meno alti di chi li subisce, non s’accorgono di trovarsi nella medesima pentola maleodorante e nello stesso cassonetto, per dirla con qualche proprietà di riferimento? A utilizzare la medesima materia prodotta, quale che sia il fine, non sembra esista più una “misura per misura”. Arcigni critici e sciagurati produttori, sguazzano nello stesso bidone, attingendovi tutte le prebende possibili; che se “non olent”, è perché all’infrazione della norma, la sua riprovazione è diventata a sua volta “cultura”; e lo spirito offeso urla inutilmente nel deserto.

     Ritenendo la massa di bocca solo capace d’ingurgitare immondizia, si finisce per uniformare il discorso in un coro e strillonaggio per vendere comunque anche questo tragico prodotto in una collana di scarti, che guarda caso non differiscono poi da ciò che ci viene proposto dai cataloghi degli editori della televisione, il valore alto da onorare sfuggendo a qualsiasi indicazione letteraria, in una illogicità deprimente.

     Sotto l'imperativo dell’”omnia valde bona sunt”, ogni cultura diviene buona e dunque unica, purché sia allineata al discorso che preme, in quanto è l'unico che finisce per essere pagato e dunque possibile al momento; e ogni orpello diviene fragranza, ogni patacca un niello e dov’è più la misura se il rotocalco, il dibattito, l'inserto debbono tenere immancabilmente presente il grado infimo più corrivo, giudicato il solo all'altezza del fruitore? Quando la cultura si fa media, orribile controsenso appositamente analizzato dagli studiosi della patologia sociale, significa che si ha interesse a pianificare l'intelligenza del paese, alla stregua della "casalinga di Caltanisetta", mantenendocela a vita; utilizzando, sia ben chiaro, l'allocuzione al di fuori e al di là d'ogni riferimento locale. E se in questo discorso sulla volgarità, questa assume una connotazione devastante, che umilia in modo tragico la fetta, miserrima già di per sé, della popolazione leggente e scrivente, la cosa la si deve segnalare nelle redazioni editoriali, farcite di critici, scrittori, giornalisti disposti a una gara di pochezze competitive.

     Costoro hanno abdicato a ogni cultura che non sia quella dello stipendio sostanzioso; che difendono in un gioco continuo d'avvicendamenti, venendo premiato il più cinico e insensibile di turno, in una visione del mondo monda da ogni rimorso presente, passato e futuro; in una viltà che li accomuna, del resto, alla politica condotta dal dicastero preposto alla salvaguardia d'un bene non meno essenziale del Colosseo e degli Uffizi: il linguaggio. Che di conseguenza imbastardisce nelle scuole e in casa, a misura dei film più scurrili.