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                                                     UNA PROTESI DI TEATRO

 

                                                                                              Le cose provengono dal nulla
                                                                                              tornano al nulla, se non trovano
                                                                                              l’istante del loro teatro.
                                                                                                                               (Anassimandro)

 

     Le grida del “Living”, diventano poesia a causa dello spazio teatrale e dell’”action” scenica, ma la poesia già scritta non può trattarsi come materia grezza, consistendo in una elaborazione complessa e obbligata di significati, in un tale impasto di rinvii ( nella misura che è valida), in una così fitta architettura di annotazioni e di piani diversi, da non poter venire livellata dalla lettura unica e decisa una volta per tutte, pena la sua sterilizzazione. Non può darsi teatro come protesi per la poesia.

     Sia pure recitata con le migliori accortezze, la vera poesia, sulla scena, risulta sempre monca, crea una emotività banale, di comodo, già indirizzata, l'ascoltatore più volenteroso non può che subire il flusso di lettura impostogli e già scelto, unidirezionale, che non gli permette di tornare indietro in altre, indispensabili, riletture; né gli concede la possibilità di un soggettivo e necessario tempo di meditazione, dato l'incalzare dei versi e il massiccio susseguirsi dei complementi.

     Inoltre, siccome le singole parole di un testo poetico sono sempre strettamente legate tra loro e poi singolarmente gonfie di significati (alternativi, ambigui, fittizi, tendenziosi e via discorrendo),  l'ascoltatore spesso esaurisce tutta la sua attenzione nel notevole sforzo di non perdere “la battuta”.

     Così, mentre lo spettatore preparato subisce una sorta di frustrazione, quello medio finisce per subire, i1 ron ron di una lettura delegata che lo priva di ogni diretta responsabilità. Finisce per adagiarsi, non essendogli possibili: iniziative, respiro, decisioni, né di partecipare criticamente.

     Per citare alcuni esperimenti avutisi a Roma sull’argomento, “Poesia a Teatro”, numero 1 e 2 sono stati i tentativi più ambiziosi del genere.

     Nella numero 1 i testi (curati come nella 2 da Raffaella Spaccarelli), felicemente scelti, per brevità e qualità moderna, però sono stati anche “teatralizzati” da Fersen in positure e dizioni evocative, mentre nella numero 2, cui si deve riconoscere una più libera equipe scenica, gli attori, tutti giovanissimi e spigliati, sono stati mossi da Montemurri con apparente e lodevole casualità, e recati a recitare via via il testo come per una comunicazione privata, in piccoli capannelli, ora corali, ora erotici, in cui i versi, nei momenti più validi fiorivano detti al solo compagno e senza nessuna stentoreità, né ambizione declamatoria. Semmai dispiace che questa originalità di modi sia venuta meno, sia pure parzialmente, nella seconda parte, dov’è apparsa, facilitata dalla lunghezza dei testi (rispetto allo spettacolo numero1), una certa prescritta commozione, insieme a una uniformità di registro.

     In ogni modo non si deve sottovalutare la meritoria opera di divulgazione in favore della poesia condotta dalla sperimentazione in questione, soprattutto pensando alla propaganda capillare compiuta tra i giovani (e non); la maggior parte dei quali probabilmente non conosceva, e altrimenti non avrebbe conosciuto: Sanguineti, Porta, Balestrino, Rosselli e la quasi totalità degli altri.

"Eccoli qui! I poeti!" (sic!), invece è stata una semplice antologia plurigenerazionale e una carrellata "commemorativa" della poesia italiana, da Penna all'avanguardia, curata da Garboli e . Guerrieri; e comunque letta (e assai male, quando non interveniva il professionista scaltro), senza alcun intento teatrale, ponendo a questo riguardo la questione non peregrina, che affronteremo di seguito, se sia preferibile il lettore di professione attore, alla voce generalmente incolta del poeta, autore del testo.

     Infine la “Compagnia del porcospino” ha organizzato un recital di poesia ad opera degli stessi autori. Qui, alla mancanza assoluta di scena e di regia, suppliva una lettura magari ingenua e rotta nel fiato, incolta nelle pause e nella dizione, ma nondimeno assai adatta a partecipare globalmente nell'ascoltatore la carica poetica del testo sulla scena glabra.

     E' giusto ricordare a riprova, e comunque al di fuori di questi episodi, le interpretazioni pregnanti che sono soliti dare dei propri testi, poeti-lettori come Ungaretti e Pagliarani, a diverse ragioni tra i pochi capaci di "teatralizzare" il proprio testo. Abilità in cui sono ben più pronti i poeti anglosassoni e russi, forti d'una loro attività itinerante, sconosciuta a quelli di casa nostra finora. Non c'è dubbio, idealmente parlando, l’unica ”poesia a teatro” che presenti caratteristiche drammatiche in forza del puro testo, è quella in cui l’autore stesso, per coincidenza anche regista e attore, interpreti sulla scena la propria poesia nel suo darsi, mentre la rievoca ad alta voce, ripetendone le cadenze, saldature e significati. In cui partecipi allo spettatore la drammaticità di questa sua "ricetta" rischiosa e completamente esposta che va operando via via, attraverso una emozione nuova e personalissima, interna. Ammesso che sia possibile, senza uno sceneggiato ad hoc, creare una poesia, o tracciarne un suo abbozzo, di fronte a un centinaio di persone e in un tempo, per quanto elastico, pur sempre, ovviamente relativo e soprattutto concentrato: vero happening poetico.

     Ma, dal momento che l'idea ha un suo fascino e che attuarla presuppone un autore-attore-regista, perché questi non potrebbe essere anche sceneggiatore, approntando proprio la sceneggiatura a puntino della situazione drammatica che andrà rappresentando, colla temerarietà d'un poeta a braccio            .  Adriano Spatola e gli amici della poesia “totale” lo hanno tentato negli anni ’70.

     Del resto, come riferisce Giuliani nel suo intervento a proposito di "Poesia a Teatro numero 1", sembra che il poeta polacco Miron Bialoszewski, organizzasse propria così i suoi versi: in pubblico e attraverso elaborazioni continuamente in fieri, raggiungendo, c'è da immaginarlo, notevoli risultati di espressività teatrale.

     Va bene rivalutare il testo nel teatro. E' giusto che si porti sulla scena la cultura di punta, come viene formandosi. La poesia più arrischiata partecipi a buttar fuori quanto di stinto e diluito da “II dito nell'occhio” a oggi è restato del "coraggio" drammaturgico italiano. Da quel poco di idee venute fuori dai Gobbi e dalla compagnia Fo-Parenti-Durano, si continua a rimasticare, e lo stesso Carmelo Bene agiva “tentoni” e con un passo, alla fine, da vecchio attore ottocentesco, racchiuso in un suo carisma vanitoso.

     A nostro avviso il testo poetico deve assumere importanza, centrarsi nello spettacolo ed è necessario che questo testo sia il più possibile corredato di idee anche per la regia: oggi, se “crisi del teatro” esiste, questa è una crisi di idee, quanto di coraggio nel farle conoscere, com’è  sempre del resto in ogni settore.

     Ma attenzione: che il teatro con questa rivalutazione del testo non annoi.

     Il teatro non deve essere "triste", terroristico, impositivo.

     Il teatro è spettacolo per eccellenza, deve esserlo, e questo significa anche intrattenimento; oggi, con tanta concorrenza di spettacoli "piacevolissimi" (TV miserabile, ingorghi e morti sull'autostrada, towers prese di mira, cellulari da riporto, le crociere aereo-navali: "prima parti e poi se torni paghi") il teatro deve chiamare il pubblico con una gioiosa fantasia e con ritmi imprevedibili, da imbonitori.

     Quando si vuole provocare lo spettatore, non esasperarlo per la mancanza di idee, con la monotonia, la stasi, l'inerzia, ma che abbia una reazione "positiva" per il fatto che viene colpito in pieno viso da elementi inauditi, che lo turbano; i fischi di chi si annoia perché non viene sollecitato in una qualsiasi direzione sono condivisibili: 1'arroganza è sempre deleteria. Non inerte il teatro (come ogni arte), non "rifatto", di seconda mano, approssimativo: il pubblico se ne accorge. E diserta la sala.

     Spesso in sala si recano invece carinerie piene di significati "affettivi".

     Il pubblico non va mai lasciato neanche un minuto nell'inerzia della propria aspettativa.

     Ritmo anche nel silenzio, nella fissità, comunicandolo allo spettatore, che si riduca posseduto dal regista, ad un accadere imperativo, continuo.

E poi idee; senza idee non si può far niente; neanche uno scontro automobilistico. E le idee bisogna scavarle nello spettatore con un fuoco di fila sulla scena che si faccia coscienza, malumore suo, serbatoio per scaricarvi le ansie, ancora indistinte.

     Lo spettacolo non si deve trainare alla meno peggio, magari scusandosi con mille alibi: mancanza di soldi, di autori, di attori preparati.

     Confidando nella poesia, non disperare in Molière e Shakespeare a venire, ma il poeta deve lavorare sul testo anche alla regia, capire che sta scrivendo un testo per il teatro: l'ideale sarebbe che fosse anche regista e magari attore, come s'è già sottolineato, nella ricerca paziente degli approcci esprimendo quelle idee sufficienti e capaci alla conclusiva loro sistemazione; ottime queste tre componenti dello spettacolo: testo, attori, regista, che si cercano dapprima alla cieca, brancolando, tese ad alternativi sempre più suggestivi suggerimenti. Ma poi una legge ferrea deve ordinare e riflettere tutte l. Mentre per venire e trascorse stimolazioni.

     Tra tutte le strade per una interpretazione plausibile del testo si ha il dovere di scegliere la meno banale, piatta e noiosa per il pubblico; che finisce per essere anche la più difficile da raggiungere, restando la più intelligente, in quanto la più elettrizzante, “divertente” e in  definitiva "teatrale".       

     Sarà questa a diventare anche poesia, in quanto concomitanza d'espressività e intrinseca valenza del testo; e non sarà a questo riguardo mai sufficientemente ricordato che anche un mero testo poetico contiene una sua carica d'espressività spesso appiattita dalla interpretazione dell'attore che non abbia a fianco l’autore, se solo fosse possibile, in questo caso fattosi regista naturale; a questo riguardo ricordando lo spettacolo avvenuto qualche tempo fa al Ghione di Roma, dai titolo “A singolar tenzone”, dove un manipolo di poeti lessero i propri testi in successione con l'interpretazione data agli stessi da altrettanti attori,  solo i primi riscuotendo il gradimento per la resa interna dei versi, rispetto alla pianificazione effettuata dai professionisti della dizione, così tesi nel “leggerli” essenzialmente “uguali”, non  entrando mai nei gangli ultimi del “discorso”, ma impostandoli. Mentre per venire a più recenti spettacoli, di allestimento, stavolta da parte dell'Eliseo romano, che ha appena compiuto i cento anni d'attività, avendo ospitato la crema registica e recitativa del secolo appena trascorso, vogliamo ricordare l'appassionato monologo che la Moriconi ha dedicato, in due tempi, rispettivamente a Savinio, col suo “Emma Bovary, vedova Giocasta” e al “Diario di Eva” di Mark Twain, facendo sì, nei due autori, che la loro poesia, così diversa, ma costantemente evocativa, risaltasse del tutto smagliante, lasciata vivere senza sopraffazione gigionesche,né birignao vanitosi. Un Savinio del resto così poco rappresentato altrimenti, che invece, con le sue mitologie elleniche e innamoramenti ariosteschi  (anche famigliari, se i suoi figli hanno tutti ricevuto battesimi "furiosi"), potrebbe chiamare un pubblico partecipe d'un avanguardismo scaltritosi attraverso i fasti dell'accademia, con una felicità di scrittura che ha del portentoso. Raccontare Savinio sarebbe come raccontare la musica; ma il teatro ha proprio questa

incredibile possibilità, quando fosse magicamente frequentato: ci si trova in mongolfiera. E il Diderot e il Palazzeschi di Paolo Poli sullo stesso palcoscenico l’hanno dimostrato, sia pure con registri diversi.