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                                                  LA NASCITA DELLA POESIA

 

La vita se ne va, la letteratura resta.

 

     Ognuno di noi è abituato a frequentare la poesia nei libri; o magari ne gode la suggestione attraverso il declamarla d'un attore; meglio ancora, se possibile, del suo autore; magari attraverso la riproduzione meccanica, veicolata dai dischi, cassette, video, internet. Ma quanti nell'ascoltare, nel leggere un sonetto di Shakespeare o una composizione di Montale, rapiti dalla scorrevolezza del fraseggio, sono in grado d'individuare il lavoro che si nasconde dietro l'apparente facilità di suono e smagliante concordanza linguistica, accordo di significati, divenuti puro essere ed esistere?

     Ogni poesia è sempre frutto di numerose stesure a ripensamenti, di sofferte cancellazioni; l'eventualità che un verso sgorghi prepotente è assai rara, e i versi seguenti, i precedenti, rappresentano un intenso duello tra tutti gl'infiniti bersagli possibili di quel dato momento artigianale votato alla riuscita del tutto; disciplinare il flusso e l'accostamento delle immagini e delle pieghe sintattiche, le opzioni grammaticali, attraverso il continuo, spietato controllo della parola e del vocabolario tutt'intero (quando non spazi "fuori testo" il tono generale e la cadenza del ritmo), è sempre dovuto a un lavorio assai raro, continuo, assillante, dove le soppressioni stimate adeguate solo un momento prima, cadono in verifiche necessarie e in aggiustamenti di tiro d'estenuante "alzo" rigorosissimo.

     Ma è proprio questo processo d'interventi e di rifacimenti, di annotazioni e di pentimenti, che indica la poesia quale strumento di conoscenza non peritura, sempre rinnovabile attraverso le generazioni, tracciando la storia della civiltà umana; né più né meno com'è la gamma del colore e della composizione, della prospettiva e del          segno in pittura; delle sette note e tutti i loro ''accidenti" nella musica. Il nitore della pagina a stampa non potrà mai evocare le varie sue stesure traboccanti correzioni, le preparazioni molteplici configurandosi come altrettante ‘poesie visive’, gonfie come sono di ‘oneri’, segni, frecce, cancellature, magari multicolori, multimateriche e percorse da disegnini impertinenti, a denunciare l'assillo del tempo trascorso su quel foglio e dentro ai suoi significati; alla fine ben altri, assai spesso, di quelli di partenza.

     La poesia è sempre "fatta a mano'', restando essenziale un suo tempo interiore e fisiologico, proprio del flusso sanguigno, dimostrando nella sua massima sobrietà gli atomi assoluti della vita; per dirla col prematuramente scomparso Enrico Filippini. Nella poesia è la nostra esperienza esponenziale, spintasi "sul rigo", che detta da "un di dentro'' cavernoso, in cui riposa il globale

destino dell'uomo e il suo anelito di sopravvivere, nonostante il grottesco d'una nascita non potuta scegliere e una fine che non si può evitare. Che l'immaginazione, propellente d'ogni espressività,

sia stata ridotta oggigiorno a una merce, fa sì che la poesia resti l'ultimo baluardo della scrittura che lascia un segno. Dove tutto s'è fatto "utile", perseguire la parola improduttiva esige eroismo simile a  un suicidio, tipico di chi non sa evitarne l'impegno, né cedere d'un palmo, nonostante in questo suo lavoro resti poi bersagliato dal più vile silenzio.

    La non deteriorabilità dell'ottenuto resta per lui l'unico premio, è documento, d’esistenza in vita; scorticarsi nell'estasi della disperazione, gettandosi addosso il sale; intanto, ad ogni nuovo "rendimento", quale smisurata ambizione a cospetto dell'infinita miseria subito logora dei simboli di "status". Secondo Gracq, il surrealista che rifiutò il Goncourt e l'Accademia, è il rumore mediatico ad essere nemico della letteratura. Ammesso, sembra aggiungere, che questa esista e resista ancora. Parlare di se stesso, avvertendo gli altri non inferiori, alla pari, pagando giornalmente questa dedizione col soprassalto, pure ne vale la pena; 1'alternativa restando far parte del nulla, negandosi l'unica salvezza consentita.

    Certo non ha senso ed è chiaramente un vizio, una malata, balzana perlomeno disposizione dell'animo, quasi senza speranza di cura, questa spinta dello scrivere e si continua a farlo senza lenitivi, benché le ‘storie’ scarseggino sempre di più, per il semplice motivo che non ci sono mai state per la scrittura che conti come tale; di cosa può raccontare il linguaggio, se non di se stesso? A meno che non lo si voglia pasticciare alla stregua d'un “evento” televisivo o d'un semplice rotocalco: sevizio per i dì di festa.

     Libri in concorrenza a settimanali se ne faranno sempre, per storielle a livello di principi clonati e ballerine da forcipe, ma non scomodiamoci la letteratura; che allora, stando così le cose, di fatto non esiste più; è un teorema, un'evocazione alla stregua dei quattro cavalieri dell’'Apocalisse. Tolte le storie del cuore, oggi scrivere è un gran restar soli a tremare; oltreché tramare a ogni  frase, sul dove andrà mai a finire con l'Uomo la scrittura, fattasi anche lei lingua morta, come lo è il greco e il latino, “idiomi” frequentati da sparuti appassionati; quasi sempre per obblighi pratici, di discenza e di didattica che siano. Ed è questo raccapricciare, ché invece si tratta della lingua più viva e rinnovata, possibile ad ogni apertura e svolgersi di rigo; quella cosiddetta corrente essendo invece la stramorta, per una corruzione quotidiana da intercalari inerti, tautologie da Corriere dei piccoli; la letteratura soltanto potendola invece rinnovare, tramite le sue robuste iniezioni di linguaggio; solo il paziente trovasse il medico adatto; leggi il critico più o meno militante, capace di una autorevolezza  a fargliela apprezzare.

    Il fatto è che la disciplina letteraria è quanto di più distante dal vivere consociato, non possedendo né compensi né consolazioni: a chi interessa un tessuto vasto e universale, se la grammatica nota fin dai banchi di scuola è quella per lo svago coatto organizzato nel branco, essendo scomparso l’individuo anche per lucrare il mero divertimento: a guardare più in là dello schermo televisivo e dei tasti che accedono all’indifferenziato, rende ciechi, oramai. Le frasi fulminanti e gli accostamenti sorprendenti, oggi hanno serbatoio e repertorio nell’ingorgo cinematografico; quello sì abbondantemente foraggiato dallo stato, altroché la poesia, che aiuterebbe a pensare: chi governa ha sempre avuto bisogno d’un suddito ridens. E i libri di scrittura vera e possibile oggi sono fatti in cattività: i ‘pulp’, ‘i giovani’, cavie vezzosamente editate, dimostrandolo abbondantemente.

     Cartesio conservò perennemente immutata una sua affascinante ammirazione per la poesia, considerandola un dono dell’ingegno, piuttosto che il frutto d’uno studio severo; e Adrien Baillet, biografo del filosofo, scrive che l’amore per la poesia accompagnò Cartesio fino alla fine dei suoi giorni. In un frammento giovanile consegnatoci da Leibniz; del resto Cartesio aveva decretato: “gravi sentenze si trovano negli scritti dei poeti, più ancora che in quelli dei filosofi; la ragione è che i poeti scrivono rapiti dall’entusiasmo e in forza d’immaginazione, mentre i filosofi estraggono per ragionamento”.       

     Proprio questa facoltà medianica della poesia, da più parti chiamata e praticata in modi sempre diversi, fino a essere a volte disastrosi, conferma la necessità di badare a tutte le sue sfumature, gangli, chiavi e capillari, fin dalla mitologica invocazione alle muse esiodea e alla cosiddetta ispirazione romantica; per approdare alla coscienza di sé e della propria fine, il poeta non ha fatto altro che scarnificare qualsiasi tramite al suo vocativo; privo di alibi, quando sia davvero tale, forte della sua sola identità e destino.

     La poesia non nasce dal sentimento, ma dal fare, dal suo farla; una poesia viene fatta, facendola e i diversi modi per farla nascere, sono tragitto della composizione per i diversi tipi di poetica ­operativa che mescola tutte le carte possibili, barando sistematicamente.

     Alle parole trovare sempre un nuovo rapporto tra di loro, è già cercare della poesia, per quanto e in quanto temeraria progettazione linguistica.

     La poesia sola, fra tutte le conoscenze possibili, è una ricerca "estratta" dall'uomo, non avendo mai istituzioni base da dove patire, né certezze, trampolini, aiuti, codici: se arte "vuol essere", ogni poeta deve rifare tutto da solo ed è per il modo del rifare, che verrà poi giudicato nel tempo. Il buon scrittore se la fa da sé la sua lingua, e se la fa con lo scriverne, cosicché sia flusso di quanto, momentaneamente inceppato, possa riprendere vivido e instancabile.

     C'è dell'ottuso nella ripetizione di questa sorte che porta a una disperazione incontrollabile. La ripetizione e la stasi non seguono le linee del senso comune e dunque inquietano chi, già soggetto,

vi si predispone. La poesia non chiede riscontri, com'è in Neri.

     In pochissimi altri poeti italiani della cosiddetta quarta generazione e altrettanto presente un concentrato e una tensione verbale e affabulativa così alti, insieme a una possibilità di farli esplodere di continuo in molteplici, ogni volta diversamente allusivi significati, com'è nell'unica, smilza raccolta appunto dovuta a Giampiero Neri, lombardo, molto alla lontana imparentato con Erba e Risi; per disconoscerli comunque di continuo. Per trovare altrettanta ansia evocativa e un così turbinoso corredo d'indicazioni e nomenclature "stranite", fino a un vero e proprio “dolore” mentale, per la sensibilità di chi legge, bisogna avvicinarsi a taluni anglosassoni, a certa Moore e ai poeti di Tel Quel.

     Giampiero Neri è un paziente distillatore di fondigli verbali che non ha certo fretta e non ha mai accettato la sfida della candidatura e la corsa verso una meta qualsiasi; così ancora oggi è noto solo a quanti inseguono la poesia che conta in riviste prelibate e rarefatte; com'è del resto sempre la sua scrittura, nel bisogno di nominare in tessere, di scovare nei cassetti delle espressioni quale trovarobato a collage braquiano; intanto mantenendo il contatto si direbbe labiale con le cose circostanti enucleate; quasi altrimenti al Neri si facessero disperse, angoscianti, immerse in un caos indifferenziato.

     Poesia, quella di Neri, tutrice d'un impatto con la realtà, vissuta sempre dietro a schermi antiproiettile, per come le cose e le immagini vi rifulgono da fiori secchi, eterni, immutabili, da non poterci mai più intervenire.

     La poesia di Neri ha dietro, alle spalle, una cancellazione tale, che sorprende l'esistenza d'una parola, e figuriamoci d'un intero verso; apparentemente piano, conversativo; ma che sconvolge ogni mappa col verso successivo. Quando ve ne siano; perché l'avarizia compilativa di Giampiero Neri è da nastro emostatico.

     Poesia tutrice, al fine di sostenere l’impatto con la realtà, altrimenti mutevole; come l'acqua palpabile; che brulica proprio per ciò senza sponde, ricominciando le appena espresse sue condizioni, con certificati d'esistenza in vita che sono i foglietti d'estrema cura e ripiegamento calligrafico presenti in talune cinquecentine d’”edificante" contenuto: libri d'ore e di preghiera; laica, stavolta. La ricerca di Neri è assillante e incontenibile, a proposito dei suoi "significati''; lì disposti ad libitum per il lettore: erbari, cimiteri entomologici “rilegati” in racconti solenni e imbalsamatissimi. Neri è poeta atto a farci credere alla possibilità rivoluzionaria della poesia, alla sua forza di sovversione, alla sua capacità di fare storia e di cambiare il mondo circostante; complessa e articolata tecnica; artigianato di lotta; mezzo per un lavoro specializzato; continuamente un arsenale in fieri, in mutazione e senza fini; allo sbaraglio; non —vi sono piani precisi nella poesia, nella scrittura sua, ma solo infinite possibilità di fidi usufruibili; sceglierli, la scelta, significa fare poesia a rischio di chi sceglie; con tutte le scorie del caso; eppure è questa l'unica strada possibile scrivendo poesia: praticarla. E Neri l'ha capito bene, dedicandovisi, senza credersi un caso speciale, né una situazione più avara e difficile rispetto alle altre.

     Bisogna essere non un poeta, ma alcuni, diversi, parecchi poeti in uno, per scrivere poesia oggi. Sensibilità moltiplicata per l'occhio moltiplicato; trattenere il ritmo in fondo alla testa, qualsiasi cosa detta. A ogni idea bisogna accendere la miccia, imprimerle una carica che scoppi.

     Il linguaggio è una parte del nostro organismo. Non meno complicato di questo. Limiti del nostro linguaggio, limiti del nostro mondo e modo di sentirlo. La poesia non nomina il mondo reale, altrimenti lo sacrificherebbe nei simboli, assai spesso invisi oltreché non pagati, poiché tutti i sistemi sociali non permettono che la società prenda coscienza di se stessa. E, invece proprio questo ottiene lo scrittore. La poesia infatti impone alla società una coscienza inquieta. La traumatizza, infastidisce, suscita, quando è valido il suo linguaggio. Antagonista delle forze conservatrici che vogliono mantenere invece l'equilibrio del già noto, ben più controllabile.

     Quando lo scrittore viene mantenuto da questa società si crea un malinteso e il suo linguaggio è in pericolo. Lo mantengono per controllarne il potere distruttivo, e diventa parassita della classe dirigente; ma appena egli usa il linguaggio onestamente, non può che usarlo contro chi lo mantiene. Il conflitto è il malinteso, e vige sempre a diversi livelli.

     Si sceglie di scrivere per sfuggire a una oppressione; costrizione a una strada tracciata; è sempre una forma di respiro e liberazione per sfuggire dall’ambiente e da una classe: gli educati serenamente e in piena libertà, con molto affetto, più difficilmente saranno dei poeti.

     Si deve avvertire la necessità di fuggire, di uscir fuori; deve vergognarsi costui in un certo senso della situazione dove sta, per avere lo scatto; prima c'è l'esigenza, quindi il rovello, la tenacia, la 

 Pazienza; la convinzione viene dopo.

     Con la penna si scopre se stessi fuori d’ogni tempo e luogo, liberi da impacci in quel momento: tutto è possibile esercitando la parola.

     La scrittura è una realtà ambigua scelta tra scrittore e società: tra la socialità e le esigenze poetiche personali; solo quest'ultime prevalgono. La scrittura possibile per uno scrittore è sempre una sola, sotto la pressione della parola che sceglie di volta in volta.

     Il linguaggio non è mai vergine; si ricorda sempre, imita continuamente linguaggi e socialità precedenti, alla ricerca dell'irripetibile.

     La scrittura é dunque questo atto ambiguo, questo compromesso tra libertà dello scrittore e un continuamente pressante ricordo inevitabilmente rincorso.

     La scrittura non è affatto uno strumento di comunicazione (alcun'arte lo è); movimento dilatato di un discorso che divora ed è (deve essere) continuamente in movimento; pur parendo da simboli mobili, però singolarmente fermi, prepensati, conosciuti in precedenza. Deve scuotere, non può spiegare per avere valore; deve infrangere, non può allettare, aggregare, consolare.

     Poesia forma chiusa che abbraccia del linguaggio struttura e funzione in una somma fantastica; e allora non si può nominare, ma bisogna usare gli accoppiamenti mostruosi (di parole) per riprodurla ed essenzializzarla ogni volta.

     Le parole sono cose; sono dosi sospette.

     Per chi parla, le parole sono quotidiane e domestiche, per il poeta sono forze selvagge; come in una caccia grossa.

    Ogni poesia è simbolo poetico, è oggetto “improvviso”, “nuovo”, “inesistente” e “inimmaginabile”in precedenza; non deve ripetere una essenza; ci devono essere dentro tutte le stesse cariche possibili di un intero poema e, per quanto breve, contenere intera una carica e una piena, colma di significati inestricabili.

     Poesia è linguaggio segnato, assemblato. Poesia: modo per affrontare il mondo senza e al di fuori degli intermediari della scienza e della storia; della società perfino. Un modo di vivere, se inventare un linguaggio è inventare una forma di vita, com'è stato già detto.

     Tragicità in letteratura è lo scrittore quando è davanti al foglio bianco; in preda all'ambiguità, la sua coscienza non coincidendo più con la sua condizione in modo reale. Così lo scrittore si moltiplica cercando requie; si stratifica cerca tutti gli scrittori e le vie d'integrazione tra il loro linguaggio e il mondo, perché possa conciliarsi; ma ogni volta è di nuovo messa in dubbio l'esistenza della letteratura, attraverso il linguaggio suo proprio. Generalità di scrittura per dimostrare tanta contraddizione del mondo che l'assedia. Con i classici la forma collimava con il pensiero; ci si esprimeva con i pensieri, non si doveva elaborare una forma ad ogni momento diversa,  perché il linguaggio divenisse espressivo e non logoro, perché nato precedentemente.

Si salverà la scrittura a secondo del lavoro che sarà costato.

     Responsabilità dello scrittore è scegliere la sua scrittura tra il moltiplicarsi di essa. Ed è il peso della responsabilità a scegliere un linguaggio. E più questa opera è personale, meno la sua portata e le sue conseguenze sono prevedibili, perché nello stesso modo in cui la sua origine si perde nell'inconscio, le sue conseguenze si perdono nell'ignoto; ci sono delle situazioni in cui né il perché né l’”a che pro” hanno più alcuna ragione di essere; e sono proprio queste che ci svelano il vero senso della vita; e l'opera che si stacca da noi per vivere una propria vita, nel penetrare nella sfera dell'ignoto, rende la vita, proprio per questo distacco, più vasta, più ricca attorno a noi; se non più meritevole.

     Non è che una tappa nel possibile reale, ma il fatto stesso di realizzarsi e di integrarcisi, la rende perfetta; compiuta che sia, sembra dominata da un valore integrativo che sta al di sopra di essa; per così dire, si sdoppia e proietta 1'immagine di un'opera ideale di cui essa non è che una tenue espressione; l’imperfezione non può a questo punto che deludere, s’è fatta proiezione della sua stessa imperfezione, è un’immagine della sua perfettibilità, salvaguardando il dinamismo della vita.

     In questi momenti è accompagnata da una tonalità particolare, piuttosto discreta, è vero, ma sufficientemente netta da essere percepita in gioia elementare, da vivere come gioia del tutto primitiva, quasi organica e animale, legata ad ogni nostro gesto più banale; equiparata insomma all'attività che ci fa sentire capaci di avere la prova certa ché si è vivi.

     Quando si parla di letteratura e se ne fa materia d'insegnamento, e ci si guadagna se non da vivere, insomma di che sopportare di non poterci vivere sopra, si sposa e gestisce terroristicamente, poi, anche una sua valenza. È, com'è per i medici e gli stregoni, compartecipazione privilegiata con l'occulto.

     Lo è stato al tempo del gruppo ’63. Nello strutturalismo. Nella semiotica. Non ci si serve della complessità per travestire la verità e per sfuggirla, ma solo per rivelarla a quanti più ben disposti  uomini possibili. Ma per far questo bisogna prima “capirla” bene, facendosene  una propria natura. Cosa che tra i letterati è difficilissima.

     C’è sempre rapporto di tensione tra sé e il linguaggio: il prodotto poetico sollecita così se stesso a continuare, non a soddisfare; non deve essere né bello, né “capito”, né "poetico", ma solo stimolante, angoloso, grezzo, "presente", e vigile; sempre pronto al desiderio, perché venga messa in discussione tutta intera la linea nella quale lavora culturalmente e spiritualmente.

     Non lo si difende, altrimenti significa che è puntellato e non vale, ma lo si rinnova, si va avanti, favorendo dei testi provocatori che colpiscano veramente. Non scoprirsi a scrivere;  lasciar vivere la lingua in  montaggi mediati con i più energici interventi e ironia; più distacco e non lirismo; punti direzionali, intrigo manovratore.

     La poesia non serve, non deve servire, e lo scrittore non ha obblighi educativi, perlomeno espliciti: dovrà inventare delle idee per una letteratura che non è fatta di sentimenti, ma di lavoro; di lingua lavorata e lasciata vivere; che non tanto s'interessi dell'opera, quanto del procedimento, della meccanica. Ma anche il romanzo non racconti una storia, ma se stesso. L'opera letteraria così lavorerà nel nulla, per giungere al tutto possibile. Com'è in Gadda e Manganelli.

 

     Ho conosciuto Giorgio Manganelli nei magri vialetti d'un giardino nient'affatto bucolico della città di Reggio Emilia, che dell'arcadia sembra aver fatto ironica utilizzazione fin dal '65, quando ospitò, dopo Palermo, le sessioni del Gruppo '63; quindi divenuta ventre operoso per il Laboratorio di Scrittura dalla cadenza annuale, a cura di Balestrino, Barilli, Leonetti, Luperini, Giuliani. Ambedue esordienti narratori nell'anno precedente, ci si aggirava nell'alba livida padana, votati a un'insonnia caratteristica di chi insegue fantasmi di temperamento linguistico: e l'incontro, come suol dirsi, fu fatale.

     Ma non recò postumi rimarchevoli.

     Oltre a un esordio coevo e una sensibilità espressiva, ci ha sempre unito una feroce riluttanza al sociale e al salotto; uno scetticismo totale nei confronti della persona umana avulsa dalla pagina e solo qui frequentata in essenziali deformazioni labirintiche, in spigolose improbabilità, paludate fino al delirio e alla demenza, quali unici segni d'”interpunzione” al famigerato corredo d’esistere.

Manganelli è stato e resta nelle nostre lettere una meteora d'anomalie, in un nucleo organizzato a codice irripetibile; dall’”Hilarotragoedia'” del '64, al postumo "Salons", Adelphi: che ne sta curando tutti i suoi titoli.

     La sua evoluzione letteraria ha avuto poi, se non subito, a partire dagli anni ’70, una rara sagacia relazionale, con l'intuizione non peregrina di persuadere i suoi ectoplasmi verbali a farsi sapidi faccendieri nel campo della "fiction'' deformante e negli interventi su “commissione”, nell'ambito radiofonico e delle gazzette di mezza Italia, dimostrando una sua indubbia abilità propositiva.     

     L’abilità mimetica, la paratassi, il parodiato, l'ironia fino al sarcasmo, in lui sono stati un determinante cavallo di Troia per accedere alle note di costume, che ha sparso numerose; e sapute nel tempo abilmente raccogliere, poi in titoli altrettanto succulenti e puntuali ristampe.

     Manganelli ha avuto tra le altre sue qualità, il merito di aver ridotto la critica, generalmente pensosa e seriosa, quando trattasse di Eraclito e di Omero, di Dante e di Foscolo, a romanzo giallo, con tanto di suspence ed esito risolutivo lasciato allo sgambetto finale. “Laboriose inezie”, né è un prototipo gustosissimo; ma anche "Centuria", "A e B'', "Il delitto rende...", "Improvvisi...".

     Gl’indici di Manganelli sono del resto sempre spericolati, negli argomenti quanto nelle titolazioni, e a renderci appetitosa la pietanza, vengono accampati pretesti dilatori, rinvii, accondiscendenze, strizzatine d'occhio, moralità, in companatici davvero imprevisti e sempre graditissimi, cosicché la bolla di sapone di turno si gonfia, si gonfia, si fa turgida, diventa iridescente, ingigantisce, sempre meno priva di decenza, e oscilla indecorosamente, inglobandoci.

     Allora, presi dal gioco delle icasticità e dei rinvii, dei paradossi c dei parametri, si percorre l'argomento, penetrandovi sempre dalla porta di servizio; dove ristagna il lezzo delle cucine e si stende la morchia d'una pulizia sempre rinviata, non avendo affatto seguito e mai senso un qualsiasi rito “pasquale” di riscatto e ravvedimento. O almeno questo ci viene sempre rinviato con lo scrupolo degno d'un Cagliostro del vocabolario. Eppure quale migliore maniera per capire come vivono effettivamente i padroni di casa, che andarli a sorprendere nelle loro camere da bagno e luoghi di disbrigo e di rispetto, frugando nei cassetti chiusi a chiave e nelle pieghe degli abiti smessi?

    Lo sberleffo in Manganelli è serissimo e si deve dire tragico e tombale, soprattutto quando narra dei suoi personali fantasmi attraverso le letterature di tutti i tempi; così finisce per vivificarsi la latina, la greca, non esclusa orientale; non tralasciando l'anglosassone, nella quale Manganelli era maestro, avendola tra le altre cose, insegnata al Magistero; così in Manganelli finiscono per rivivere morti nient’affatto raccomandabili, estinguendosi invece figure pallidissime in un gioco dei valori tutto riproposto sul filo dell'azzardo tenuto per quella di lana, per una gara sempre funambolica, ad ogni verbo sospinto. E i morti che rinascono sotto la pala invereconda di Manganelli sono tanti, da non pensarli possibili, affollandone le pagine, ingombranti più che in una pièce di Bechétt per ritornare a nascere, naturalmente, appena trascorso il rigo, affollando il rigo seguente in una proliferazione da incubo davvero insanabile.

     Se la letteratura per Manganelli, e non solo per lui, è sempre stata menzogna, per questo suo bisogno di necessità istituzionale che ha di sfuggire e di negare, di non poter soffrire l'evidenza, il sentimento, il diretto e l'immediato, bisogna dire che ogni suo "manuale" si fa critica della letteratura e ogni "bugia" del testo diviene una maniera per liberare il lettore dal logoro e dall' usurato. Ogni volta che pone       il piede giù dall'aereo,   nient'affatto legato nel farlo      ai condizionamenti che ha appena lasciato; e memorabile a questo riguardo rimane quanto con quel “Qualcosa è radicalmente cambiato”, ci narra del continente Cina.

     Ci fa entrare nell'aria che ha un ritmo diverso, più lenta e tuttavia efficiente, in punta di piedi e nel distaccato sommesso dei gesti agiati, leggeri quotidiani, con poche parole di prezioso apprezzamento; che significa generosa immedesimazione a un riconoscervi l'origine della specie. Manganelli sbarca a Pechino e il "ciarpame" umano per quanto confuso, viene riabilitato, e ne individua la quota d'aria assegnata attraverso lo spazio discreto e il silenzio fattosi rituale; mentre per il rapporto che il cinese ha con la salute, Manganelli scrive:"Il benessere è qualcosa che la collettività ha il dovere di custodire e il diritto di pretendere".

     E con questo altissimo indice di civiltà, quasi incredibile ai nostri corpi martoriati dai rumori e dagli scandali di malasanità, dalle ossessioni da telefonini e "sgarbi'' in ogni servizio pubblico, (la truffe finanziarie e man basse "politiche", eccoci ridotti alle manipolazioni delle cavie. Manganelli ci manchi! Altresì per il tuo "nincompoop''; cioè "sconclusione": ne "L'alfabeto del buon cittadino e storia del mondo in epitome" di Bertrand Russel, segnalandosi per chi si mette al servizio dell'umanità in un modo che l'umanità non apprezza; e certo Manganelli deve averne attinto sostanziale ispirazione, se un titolo caustico della sua vasta bibliografia s'intitola appunto "Sconclusione". Dalla vena fosforica e lessicale più concettosa, "Sannita" sempre godibile, "hilarotragico" discenditivo per antonomasia, Manganelli ove mira, colpisce subito il segno, con plauso soddisfatto del lettore; altrimenti avvilito dalla piatta ripetitività dei rotocalchi ospiti del suo iroso brano: si può dare ironia più squisita? Per una popolazione di seduti costituzionali, questa è la più scandalosa delle proposizioni: tradire la fiducia, che diamine, infiltrandosi tra gli invitati; far man bassa dei soprammobili, insozzare i tappeti buoni, sputare nei piatti da portata.

     Lo sconcerto in Manganelli deriva da un delitto costante di lesa famiglia, patria e religione, rimescolati in interposte “persone” a ogni periodo sospinto, in una sorta di "kakania", rispetto a Musil zeppa d'insopportabilità ghignante, dove la concezione letteraria ha un soprassalto gestionale sempre inconsueto e vivido, mai per capriccio, né insistente oltre "la ferita e l'arco". Non è mai a ruota libera la carrellata "barbarica" di Manganelli, giacché la parabola discenditiva spicca per comodi pedali e agevoli maniglie, munita di bombole d' ossigeno, per chi ne sappia indossare la “muta”, per “riposare” l'ansito di chi abbia polmoni avvezzi alla discesa, certo; e alle conseguenti risalite in apnea. In letteratura del resto, sembra ricordarci Manganelli, il cliente non ha mai ragione.

Ed è così anche per Gadda, con la sua prosa altera, infastidita, ansiosa di parlare, farcita da immagini larghe, corsive, da cerimoniale, dove il pensiero nel prendere le scorciatoie fa ellissi scomodissime, quanto nobili, astratte, di complicata architettura, a sprezzo di ogni comprensione, per farsi meglio concepire; scrivere per costoro è un atto religioso e la frase difficile è un vaccino contro il pus che dilaga nelle edicole e nel piccolo e grande schermo; parentesi di differimento; una sintassi da gran signore, vista la piattezza e l'insolenza quotidiane; e l'intrigo lessicale chiama l'amoroso languore d'un pericolo mortale per la lingua imbastarditasi e dimentica d'ogni vitalità, ove non sia preda della poesia: mezzo di trasporto per procedere oltre noi stessi; traghettatrice di pantani, la poesia alza la linea di galleggiamento in prosa o in versi che sia in una polizza d'assicurazione globale. Affiderei ogni cosa terrena a chi avesse letto bene Dante insieme alle Storie Inglesi shakespeariane. La poesia reca più sostegni d'una religione e d'una filosofia, perché scava dinamicamente nel nostro intimo, non riceve dettati pedissequi da osservare; ce li crea di nuovo e poi continuamente nuovi a ogni nuova pagina assimilata. Non ci sono, né ci possono essere leggi che puniscono i non letterati, i non poeti, mentre tutti dovrebbero esserlo e non esisterebbero più i codici penali, né quelli civili; un paese povero di letteratura paga questa carenza con la sua povera storia; chi brucia e proibisce i libri è un aggressore della specie umana. L'ignoranza rende deboli e ciechi. Ma non si tratterebbe solo di leggere; ci sono fior di mascalzoni assurti alla politica universale che sanno   leggere e scrivere: qui si tratta di assimilare, di amare la lettura e la scrittura, di esserne parte e scopo, di farsene una natura. In una tragedia a morire non è mai l'eroe di turno, ma il coro dei condannati a recitare automaticamente le sue gesta. La lingua ha una sua ragione d'essere solo in funzione d'un poeta che la sappia oltreché conoscere, individuare ai suoi scopi innovativi, rispetto ai tracciati già esistenti; il poeta è un tramite attraverso il quale il linguaggio continua a proliferare significati per i viventi che si susseguano, e continuerà a esistere finché siano possibili interpreti e forgiatori capaci di renderlo nuovo, calzante a ciò che preme e vive, altrimenti inerte e indistinto; la letteratura individua e nomina gli accadimenti, recando loro dei significati, senza i quali tutto resterebbe effimero, indifferenziato, immemore. Cataloga, ricorda, crocifigge, strazia la memoria e la pigrizia nelle direzioni paniche; altrimenti, in suo luogo, non avendo l'uomo nulla che lo ricordi tale. Passerebbe sulla terra, sarebbe passato dal suo pruno guizzo vitale senza senso, non ci fosse stata la scrittura creativa, quella che rielabora e scava i significati semplici e razionali; il linguaggio è il cifrato dell'umanità; se lo si suole comprendere bisogna entrarci da coautore. La letteratura è un organismo vivente che ci permette d'esistere da rinati, rispetto al mero dna, cellulare e metabolico.

     Si scrive per i motivi più diversi e contingenti: morali, affettivi, di difesa contro le offese, per distinguersi ma di fatto si è posseduti dal linguaggio che vive attraverso di noi, radunando in quel momento tutti i suoi precedenti, da Dante e prima ancora dai classici greci e latini, in una analisi, sintesi, intuizione, rivelazione e i risultati spesso sorprendono lo stesso scrittore, in quanto sono un acceleratore della coscienza per capire l'universo: allora non si è più capaci di tornare indietro: si entra in dipendenza.

     Ma quando la poesia, la letteratura divenisse invisa e combattuta come sta succedendo, relegata in un esilio e accattonaggio estremo?

     La letteratura è una summa di significati costantemente da aggiornare circa il destino umano, ogni uomo restando infinito e gli uomini tra loro “aggiornandosi” attraverso le generazioni e gli accadimenti; un vocabolario di esperienze, che ha a che fare con la necessità di esistere e di farlo sapere, stabilendo rapporti diretti coi singoli uomini leggenti; apposta viene tanto osteggiata dai mestatori politici; scardina la manovalanza possibile e indispensabile al leader del nulla, al truffatore demagogico, al ciarliero vacuo. La poesia mette una zeppa al castello magniloquente dei capipopolo e dei rigattieri d’anime. Ogni zero umano e voto inerte, la poesia lo trasforma in volto e in essere pensante. Reca un senso all'esistenza umana, altrimenti penosa. E fa vivere una vita propria, più che imposta, sia pure dalla necessità, recando un valerne la pena che fa resistere a prigioni e torture; crea un nucleo e ci fa dissimili; sarebbe un peccato, nati omogenei, morire indifferenziati; la poesia ci fa abili nell'apprenderlo. Fa dell'unica possibilità avuta, la vita quale che sia, una unicità visibile. Si tratta d'una forma d’organizzazione dinanzi al provvisorio perdurante. Niente è più durevole d’una forma letteraria che funziona; scardina la trivialità; in lotta con il politico, potrà solo scoraggiarlo, questi avendo bisogno di materiale informe, per predicare. La difesa d'ogni Stato infatti è l'ignoranza dei suoi sudditi, mantenuti tali; se diventano individui, lo Stato è segnato. La poesia rende meritevole una vita, recando semi che fruttificano. L'estetica sarà sempre madre d'ogni etica; il bene e il male vengono dopo la poesia, per lo scotto d'infelicità da pagare. Il linguaggio salva Sembra che Prèvost, caduto nella foresta di Chantilly a seguito d'un attacco epilettico, sul tavolo autopsico abbia dato un grido al ferro ignaro del chirurgo: non era morto, ma è stato ucciso in quel momento; una fine terrificante che ben s'addice all'autore dei “Mémoires de qualité”; ma anche allo scrittore meritevole che venga tralasciato ad opera d'una critica faccendiera e che prosegua, nonostante le dissezioni infertegli: scena usuale ad apertura di gazzette intitolate ancora alla cultura; divenuta parola oscena, a forza d'abusarne per la cattiva coscienza. E" un caso che “culturismo”, disciplina che gonfia il corpo a scapito generalmente della mente, abbia una radice così allineata? E che si dice colto, dove coltura sta per l'accudire zucche e carciofi?

     Basterebbe guardare talune trasmissioni, guarda caso intitolate "Per un pugno di libri”, in cui un guitto Roversi (da non confondere col poeta bolognese, tra i fondatori di “Officina”),utilizzato a tempi alterni anche a scopi sbracatamente turistici, scende anche più giù d'un Mike nella guizzeria divora tutto; dove la cultura viene uccisa proprio dai sicari chiamati al suo capezzale. Roversi, dove sono i pensieri per leggere, parafrasando 1'accoramento d'Augusto allo scempio di Tautoburgo, causato dall’imperizia di Varo. Non ci azzardiamo a consigliargli gl'irti Manganelli e Gadda., ma un Meneghello, un Solmi, un Gelman, potrà mai prenderli in considerazione; nel caso sottolineando, di ciascuno di essi, qualche vero motivo d'interesse: nel pruno, la chiara necessità di scavarsi una tana verbale a misura d’un suo universo etnico-geografico, vissuto con infinita attenzione; in “Libera nos a malo”, soprattutto, paese d'origine, ironizzato avvalendosi d’un bisturi affilatissimo, di cui “Pomo pero” è naturale integrazione. Mentre nel successivo “I piccoli maestri”, il respiro si fa corale, in una epopea picaresca autenticamente popolare, mai bolsa né aulica, nonostante l'altissima cifra civile che ha per scena la Resistenza di Asiago. E di Solmi come si fa a non citare "Meditazioni sullo scorpione", prosa di finissima poesia, educata alla lettura di Valèry, nella quale il banale lampeggia simbologie fantastiche d'imprevedibile sfaccettatura; l'enunciato neoclassico facendosi ricco d'allusioni paesaggistiche, tra le più smaglianti della prima metà del ‘900 che lo gemella a un Tozzi; del quale parleremo più avanti; qui finendo i consigli di lettura segnalando la poesia dell'argentino Gelman, che combattendo con la grammatica, afferra il cervello con le mani e il cuore con i verbi, spremendo fuori la sintassi dal capo, fino all'ultimo segno d'interpunzione; la poesia in lui essendo autentica scelta di vita, per inchiodare le lebbrose realtà del suo paese, affiancandosi ai sofisticati poeti di "Tel quel", per globulosa e sapida densità; si legga "Gotan", per sincerarsene, dove al linguaggio dei simboli affida la metafora costantemente rovesciata, a dispetto d' ogni aspettativa del lettore, quando scrive:"Quella donna somiglia alla parola mai!"

     Nell'arte c'è sempre un movimento distruttivo "surrealista''; processo cangiante, fuoco fatuo di annientamento,  perché scrivere è consumare la letteratura. Siamo, soliti assimilare il mondo reale sotto forma di consumi, di usufrutti, di appropriazioni frettolose, e il poeta è l'unico a non aver bisogno di ciò. Nonostante episodi drammatici sul campo (Morselli, D'Arzo e numerosi altri nella traiettoria storica), invece non risulta che il problema dello scrittore, già affermato e che abbia riscosso notevole e indiscutibile successo di critica, ma non di pubblico, sia stato mai portato alla luce e mantenuto vigile, mentre presenta risvolti davvero allucinanti. Lavora sempre senza scampo, a vuoto.

     Leggo da qualche parte che nella narrativa c'è bisogno d'un disegno, altrimenti si resta scrittori; a parte il bisticcio irrimediabile, da parte mia non concependo opera narrativa senza una scrittura che sia “personale”, sarebbe già causa di grande vittoria narrare d'un fallimento narrativo, quando per destino si guardasse così dentro a se stessi, da percepirne le complete diramazioni possibili: Celine di ".Morte a credito" e di "Viaggio al termine della notte" fanno testo.

     L’orribile equilibrio che mantiene in vita i progetti più iniqui, in politica quanto nell’editoria, giace in congegni totalitari di follia, dove vengono pianificate macchine da guerra e strumenti di tortura, supplizi e inferni per gli stremati pazienti che li frequentano fiduciosamente; a questo punto il grado di persuasione avendo indotto l’umanità a credere solo al  veleno più dissestato. La cerimonia che sta officiando la fine d'ogni sensibilità, ha i parametri di massa, e la liturgia è d'una provvidenza spettacolare: La Carrà addobbata quanto un Giovanni Paolo II, né più né meno; i Rispoli facenti funzione dei Capi Mafia più accreditati. nel disporre le “cosche” sui divani da agguato: il "divino" Costanzo che biascica "preghiere", sopraffacendo ogni altra religione; Sade nella sua efficiente organizzazione predicatoria, era un bambino scontroso dinanzi a metodi tanto distruttivi; l'efficienza dei suoi ingredienti restava artigianale e la sua pratica era aristocratica miccia di casta; mentre ad accendere la radio-tv, la distruzione dell'individuo è sistematica fino agli intimi gangli, e per di più avviene con il sorriso sulle labbra delle vittime; che neppure sanno che si chiama ghigno irreversibile; considerati i ceffi in trasmissione: come può parlare più la poesia?

     Hanno sempre regnato i banchieri. almeno dai Fùgger e dai Medici in poi, ma che anche in letteratura succedesse, resta d'una devastazione incolmabile. Il timore di Sthendal in questo argomento era che i banchieri, sopravvenissero quali regolatori della forma e della fama, in definitiva, ma come prevedere che oltre alta sostanza della poesia i manipolatori di denaro potessero determinarne la stessa esistenza; come succede oggi e fin dagli anni settanta, perlomeno; per non parlare dell’esistenza di chi, stampatore, credesse ancora nella poesia e nella cultura non pianificata alla masticazione dei media. Nè si deve credere che sotto la mannaia degli sportelli del credito cadano solo i piccoli editori e i poeti di respiro scarso: oggi non esiste poeta che possa avere credito senza ricatti e tra gli editori di pregio lo stesso compianto Scheiwiller da sempre portava ami ai suoi piccoli “pesci” con il sostentamento degli istituti di credito, ai quali stampava gadget e  almanacchi; e il futuro vedrà esclusivamente editori di regime (inteso questo quale spalla al giornalismo televisivo) del tutto e soltanto omologati dal macero.

     Le responsabilità della vita e gl’infiniti modi, quanti sono i suoi registratori, formano la letteratura; ogni opera non è mai frutto del caso, ma ha dietro complessi sentieri, imprescrutabili luoghi di sosta e di rifornimento; ma non meno banditi di strada e incidenti di percorso a osteggiarla. Eppoi, quand’anche fosse giunta a segno e avesse trovato un albergo, i servizi è molto raro che siano men che scadenti e la sua vita di qualche stima; anzi bisogna dire che più è frutto di eventi necessari e di costante pazienza, più sfugge tra le brasserie dei manzi e del pollame da caserma; dove il rancio non può essere personalizzato. Ma se questi temerari non dedicassero ugualmente ogni ora delle loro giornate a fermare ciò che perplige la lingua e suscita l'irascibile, non resterebbe dell'uomo che un brodo di cottura privo di sapori e condimento. Il reale si cancella se non diventa letteratura. I nostri stessi atti perderebbero di valore, smarrirebbero di significato. La valvola d'un poeta gode d'una perfetta tenuta su ciò che vive e lo circonda; è un filtro intransigente e inverosimile a lui stesso, in una perfetta sostituzione col mondo che mima.