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                                                       MORSELLI TUO –VITA MEA

 

Come per quell’aristocratico che
andò alla ghigliottina leggendo Sofocle
 tranquillamente, e giunto il suo turno
piegò l’angolo della pagina.

 

    Il caso Morselli non è stato solo un caso letterario.

    L’emblematicità di questo suicidio, per quanto straziante sotto il profilo umano (un individuo che in vita ha sempre ed esclusivamente svolto attività di scrittore senza mai riuscire a vedersi riconosciuto e accettato per tale e ad ottenere dell’indispensabile ossigeno per proseguire nel solo lavoro di cui era capace), si presta infatti a molteplici considerazioni, tutte inquietanti.

   Intanto è perlomeno sconfortante essere costretti a sottolineare che, a differenza di altri paesi, qui da noi non esista un pubblico sufficientemente vasto da assorbire, e dunque da permettere delle tirature capaci di coprire le spese di stampa d’un libro che non sia scandalistico, gonfio di pochezze, oppure edulcorato sul versante dissolutorio a più stadi.

   Quindi c’é da tener presente l’esclusivo scopo di lucro e di mero guadagno sempre perseguiti, salvo sparute eccezioni, peraltro subito punite, e dunque repentinamente e vergognosamente rientrate, dai nostri editori: fossero pure i più “democratici”, prestigiosi e illuminati; che magari potranno anche stampare il libro degno e meritevole, salvo a tagliar fuori il suo autore da ogni adeguato lancio, liquidazione e diritto (quando questi non sia spudoratamente chiamato a versare una somma a titolo di copertura dei costi. L’aberrazione risultando sempre più diffusa e generalizzata.

   è a questo proposito, di conseguenza, che risulta increscioso poi dover constatare che la scrittura nel nostro paese, nelle sue molteplici e generose possibilità immaginative, di fatto poi resta drenata dal filtro elusivo di Aziende che, ormai è cosa notoria, dinanzi a un libro di qualità badano sempre più attentamente al responso rilasciato loro dai libri mastri, alle aride e divergenti voci di bilancio, subordinando letteratura, coraggio, programmi e collane alla mera cucina, piuttosto, dei reprints e delle facili ristampe, attraverso intrecciati prestiti e “graziose” concessioni tra Consorelle. E tutto ciò, quando il rischio, nel campo editoriale, così come in ogni altro settore imprenditoriale che si rispetti, lo si è già detto, più che meritevole, pare addirittura doveroso, restando appunto elemento della produzione.

   E sì che codesti “accorti” editori spesso e volentieri godono di ingenti premi, ritorni, agevolazioni e percentuali a vario titolo, da parte di enti pubblici e parapubblici, che in ogni caso incamerano per pagare lauti stipendi ai loro redattori e per una gestione della cultura nazionale che non sempre è chiara né oculata, ma frutto, semmai, non di rado, di bizze e di penose, se non delittuose (ritornando al Morselli), nevrosi gestionali.

   Invece, sembrerebbe giusto che, se lo Stato, controllandone i bilanci, eroga fondi per la ricerca scientifica fatta da Enti e Fondazioni a carattere nazionale, anche la ricerca poetica e letteraria, che a noi sembra non meno degna, opportuna e necessaria, trovi il modo d’incentivarla. E non per via del consolatorio “non si vive di solo pane”, ma in quanto la poesia e la letteratura, quando sono veramente tali e rigorose, occorrono non meno del pane in un paese appena civilizzato, in quanto significativo magistero per ogni cittadino e per qualsiasi attività umana a perseguire attenzione e rigore, data la disattenzione, il pressappochismo e l’arroganza che invece circonda tutto e tutti a ogni livello. Ossia la letteratura valida insegna che se è venuta fuori ed è stata possibile, attraverso un duro lavoro, una poesia così tesa, un testo così denso, allora varrà ancora la pena proseguire con serietà e con attenzione un percorso altrimenti disperante.

   E’ questo l’incitamento che ogni cittadino dovrebbe e potrebbe avere dalla lettura di un testo coraggioso, solo che riesca a vedere la luce, però, e venga adeguatamente reso noto quindi nei suoi attributi peculiari.

   Infine, e sempre facendo riferimento al povero Morselli, sarebbe interessante leggere le schede di lettura relative ai vari suoi libri respinti. Ma qui sarebbe necessario un improbabile sequestro giudiziario, prima che dagli archivi editoriali vengano fatte sparire: eppure si tratta di prove a carico d’un omicidio. Contentiamoci allora di riportare, anche per commemorare la prematura scomparsa, quanto ne scrisse a suo tempo Pontiggia:”… apprezzavo in Morselli …la costruzione sapiente, calibrata, allusiva, del racconto. Questa, che è certamente una qualità – anche se non l’unica e di per sé non sufficiente – deve avere contribuito a suscitare diffidenza in non pochi lettori di Morselli. In Italia l’intelligenza narrativa è guardata spesso con sospetto, quasi come una colpa o un limite…Si è chiamata con il termine di mimetismo la capacità di Morselli di moltiplicare il punto di vista narrativo, di evocare attraverso segnali orientativi e dettagli illuminanti, i diversi stili di vita e la varietà dei linguaggi, parlati e interiori. Tale continua metamorfosi sembra una ironica sfida di “professionalismo” in uno scrittore che in vita non è mai stato riconosciuto tale, e non poteva, anche dopo la sua scomparsa, che suscitare comprensibili riserve, in una cultura dove il luogo comune che si scrive sempre lo stesso romanzo è spesso interpretato e applicato alla lettera.”

   E di autori sfortunati come Morselli ce ne sono stati tanti altri, non meno disgraziati e validi nella nostra contemporaneità e troppi ce ne saranno nel futuro, stando così le cose, perché le sorti delle nostre lettere restano in mano a caste di intellettuali che se pure hanno il coraggio d’un giudizio onesto, poi non hanno quasi mai un conseguente peso decisionale da far valere a cospetto dei loro datori di lavoro, pur di non perdere incarico, assegno e occasioni d’altro, uscendo dal giro: in questo modo, però, facendosi in definitiva carnefici e becchini dei vari Morselli di turno.

   Sarà mai possibile fare il bilancio delle occasioni perdute e delle innumerevoli idee, progetti, invenzioni e possibilità ideative mortificate da una simile grettezza e impunita sudditanza di “addetti ai lavori” a dir poco cinici e disinvolti? Addetti, sembra poterlo dire a questo punto, piuttosto all’’affossamento di quanto dovrebbero invece scoprire.

    Minuto e vigoroso nel fisico, vivacissimo, ma non estroverso, riservato non appena il discorso indagasse su gusti e comportamenti personali, Morselli, aveva portentosi scatti civili, si sarebbe detto del tutto privati, quando afferrava quella penna che nessuno volle mai premiare d’una qualche attenzione in vita; neppure nelle istanze volte a una giustizia sociale che avvertiva doppiamente impossibile: per il suo paese e per l’uomo, quanto per la sua persona e la professione esercitata; perché scriveva a capi di stato e a pontefici, in una “trama” anche in questo caso avvertita sconfitta in partenza. Si legga “I percorsi sommersi”, editi da Interlinea nel ’98.

   Nato a Bologna nel ’12, montò a cavallo giovanissimo, molto spesso coinvolgendo la sorella Maria in giochi spericolati, meritevoli di castighi anche pesanti. Amante della donna, ne cercava duttili e materne alle sue sfuriate introverse, e la sua scrittura sembrò valida fin dalla prova di maturità, meritandosi lodi pubbliche da parte della commissione. Il suo rigore nelle lettere era ferreo: ogni libro, uno per volta, doveva essere “ lavorato” allo stremo, a sprezzo d’ogni noia e disillusione; un rigore che divenne disciplina spartana e salutista nel fisico e nell’intelletto. Un rigore che certo, una volta che i manoscritti presero a turbinare nei va e vieni dei tentativi per stamparli, ingigantì la sua coscienza d’umiliato e offeso, Morselli avendo certo il valore dei suoi testi: così “scostanti”, in quanto tale era il carattere del suo autore, palese nelle righe d’accompagno, nei solleciti e nelle rapide comparse effettuate tra i suoi “antagonisti”: le direzioni editoriali raggiunte avvertivano benissimo la stoffa dello scrittore, ma non seppero comprenderne l’anomalia, in una sindrome che continua a far danni.

   A uccidere Morselli è stata la sicumera d’una industria culturale ottusa su programmi di volta in volta appesi alla moda del momento, al gusto d’un pubblico richiedente per coazione e induzione, solo una sorta di Settimana Enigmistica; nella quale, com’è noto, il Moro è, e non può che essere Otello. Per la letteratura tutto essendo invece tutt’altro.

   Morselli non aveva la stoffa del complice e del votato alle sale d’attesa; impaziente nel suo buon diritto d’esistere, le anticamere lo minavano, avvertendone tutte le fallaci e feroci beffe, nei riguardi del suo valore; le porte restando invece spalancate ai maneggioni, ai routinieri ai commissionati a vario titolo, e il 1° agosto del 1973, appena sessantenne, venne trovato morto dalla donna delle pulizie: un anno emblematicamente spartiacque per la gretta editoria; da allora sempre più deficitaria.

   “ Ad ogni lavoro finito iniziava il dramma per la consegna a qualche editore- ricorda Maria Bruna Bassi, ultima compagna e erede testamentaria di Morselli- ma bisognava accompagnarlo, non andava solo e restava muto, livido da far pena, nella consegna. Poi , sollevato come da un grosso peso, iniziava a illudersi”. A ciò fa eco il fratello Mario che vive negli USA occupandosi d’energia solare: “ Era molto chiuso e amava la vita di provincia, i caffè, le trattorie, schivo però d’ogni rapporto sociale, non aveva che amicizie femminili; si mimetizzava; sul passaporto compariva come agricoltore, per quagli ettari curati da un contadino presso Gavirate. Sapevamo che scriveva, ma non abbiamo mai saputo che cosa; interpellato a riguardo dichiarava che ci si era sbagliati di persona. Esercitava un controllo estremo sui suoi stati d’animo e dissimulava ogni emozione divorante. La letteratura era la sua unica ragione di vita”.

   A proposito dell’incomprensione incontrata da Morselli finché fu in vita, Maria Corti, che ha acquistato i suoi autografi per il Fondo Manoscritti da lei voluto e curato presso l’Università di Pavia, segnala che il suo mondo riguardava gli anni ’40 e ’50, attraverso un genere tra romanzo e saggio, che nel nostro paese non ha mai avuto molti estimatori. Ed è illuminante che il suo primo ammiratore fosse Banfi, al quale, con Paci, Anceschi, Sereni, Cantoni, Morselli si sentì vicino per l’occhio penetrante, calmo e pur pieno di trattenute passioni, attraverso le avventure della conoscenza e del destino; tematiche alle quali Morselli torna sempre con ostinazione, fino all’avvenuto suicidio; al quale nel ’56 dedicherà un preveggente capitolo breve, con un epigrafe di taglio acre:”Meglio la morte che una vita amara, e il riposo eterno che continuo dolore”.

   “è un don Chisciotte che si misura sempre con i grandi temi”, dice ancora la Corti, “elaborando una utopia mistica e sociale; niente di più distante dall’allora neorealismo trionfante; e attende ancora un ricercatore di buona volontà che entri nel labirinto di scartafacci, di vecchi articoli, di scritti dimenticati, per ricostruire il cammino di uno scrittore sfortunato in vita e incompreso in morte”, a monito e segnale, aggiungiamo noi, di quanti, tuttora ignorati, editi o inespressi che siano, languiscono in questo nostro firmamento stremato, per quanto attiene al sistema delle lettere, da dove si leva a ogni “novità” edita, disperato l’avviso ai naviganti di stampo kierkegaardiano: “La nave ormai è in mano al cuoco di bordo e quanto viene trasmesso dal megafono del comandante riguarda esclusivamente il menu per l’indomani”. Queste righe pertanto sono dedicate a un omicidio perpetrato, dopo anni dalla sua avvenuta esecuzione, da un plotone fattosi oggi ancora più armato e proterve nel decimare le poche forze ancora vitali e vigili sulla sorte delle nostre lettere. Morselli è stato vittima del principio inossidabile editoriale: presumere che il lettore voglia leggere quello che ha già letto, perché la narrativa che lo contraddistingue tenacemente non è contemplata nel panorama italiano, avendo disorientato anche i lettori di professione: più inossidabile di così il pregiudizio! Inoltre in Morselli c’è sempre una tale precisione di scrittura e di documentazione, che insospettisce e sconcerta la patria cialtroneria delle lettere accreditate, defilandosi da ogni schieramento. Un non congregabile, come ebbe a dire Savinio di se stesso, nelle difficoltà incontrate a farsi conoscere nei libri, pur favorito com’era da collaborazioni su quotidiani e riviste costui; e avendo al suo attivo più d’una disciplina a contrabbandarlo. E chi non fa parte d’una congrega di scambio; “chez nous” è perduto.