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                                                                    IN MEMORIAM

 

                                                                                              

 “Lettere smarrite, lettere morte
  non vi fanno pensare a uomini morti?”
                               (Melville:”Bartleby”)

                                                                                                 

     Come un Achab con la Balena Bianca, m'affaccio sulla coffa che dà sulla strada nell'inutile attesa d'una posta che non m'arriva mai. Lui prima o poi la Balena la incontra, sia pure restandone impigliato, da parte mia sono costretto a registrare soltanto l'assenza di qualsiasi riscontro a tutto ciò che abbia spedito; e allora m'incanto alle volte, con cadenze umorali, all'ipotesi delirante di poter ricevere a un tratto, e tutte insieme, per un miracolo d'incredibile accadimento, puntuali riscontri affettuosi e circostanziati circa le mille e più lettere che abbia inviate nel tempo, fin da ragazzo, ai più disparati interlocutori, che siano invece rimasti sordi alle mie aspettative, disorientandomi; di parecchi conservando ancora il ricordo dei loro nomi e l'affronto subito, perché, a ben vedere, anche le lettere, un genere di scrittura da parecchio fattosi ormai infrequentato, partecipano una richiesta d'affetto e di considerazione al fine di compensare l'atroce condizione di trovarsi solo; protesi anch’esse, il loro contenuto riducendosi a tessere della propria vita segregata, cadenze per occasioni d'incontri, collaborazioni e scambi d'idee, a proposito d'un destino che sembrerebbe comune nella sua sfilacciata traiettoria senza speranza. Eppure quanto silenzio alla mia rinnovata fiducia nello spedirle: ma perché non rispondono? E quand'anche fosse, restano così affrettate, evasive e sgarbate nell'evitare ogni nodo del mio pettine? Protesi a plurime messi, perché, rispettandosi gli storpi, me non mi rispettano?

     Si tratta di un numero imprecisato e ingentissimo ormai, al punto da non averne più un totale comprovato e nell'ipotesi sgargiante accarezzata a tratti di poterle ricevere tutte insieme le risposte, in esse pongo anche in cantiere 1'eventualità che vi si considerino anche le smarrite per accidenti i più vari; non sembrandomi possibile che la quasi totalità della messe non abbia raggiunto il segno, suscitando l'opportuna, se non doverosa risposta, attesa tanto inutilmente.

     In un film di Hitchcok, d’altra parte,  credo abbia per titolo "Il sospetto", non viene contemplato il ritrovamento d'un sacco di corrispondenza andato perduto, puntualmente distribuito nei suoi contenuti addirittura, e nonostante i quindici anni intercorsi nel frattempo? Il sistema postale nel film è quello inglese, d'accordo, ma la mia è una ipotesi dalla tenerezza fantastica e dunque del tutto ipotizzabile, che non può tener conto d'una realtà talmente atroce da comprendere invece solo un inceneritore; o peggio ancora la circostanza che di quante risposte abbia attese inutilmente durante giorni e mesi, queste non siano state invece formulate per niente: come si fa ad essere così strafottenti, e magari anche infastiditi nel decidere un'arroganza simile? Ma costoro non partecipano forse degli stessi meccanismi d'attesa nell'inviare a loro volta le corrispondenze?

     II fatto è che esiste anche in questo campo, è evidente, una scala di valori e un sistema di priorità che onora chi detenga un potere e possa utilizzarlo, mortificando con stizza l'ingenuo che pretenda un riconoscimento paritario, da spenderci del tempo e addirittura un francobollo.

     E sì che tutte le mie lettere rimaste prive di risposta, se ben ricordo sono sempre state formulate con sincerità disarmante, cordialità sincera e affettuosa considerazione, toccando problemi cruciali e determinanti un'esistenza condotta in favore di tutti, avvantaggiando ciascuno, se solo fosse stata presa nella doverosa attenzione, rispetto al malcostume imperversante. Delle lettere che precisavano, ricordando; candidavano; sottolineando; illustravano, dimostrando: che le risposte allora non siano giunte proprio per questo? Non siano state mai stese proprio dato il fastidio di dover ammettere qualcosa vissuto con evidente malafede?

     Ciononostante il delirio suadente continua le sue febbri, abbracciando il miracolo che i plichi, soltanto smarriti, cestinati, sottratti e dispersi a qualsiasi titolo, trovino la strada del mio recapito, finalmente tutti insieme, ed ora anche quelli che avrei voluto mi fossero stati inviati spontanei e non solo a ragione e a tono dei miei: sarebbe il mio Natale e la mia Pasqua di resurrezione questo fantastico inoltro globale, pari a un'esistenza in vita riconosciutami nel tempo, con effetto fattosi addirittura retroattivo.

     Né a questi deliri dispongo di farmaci e sedativi, in quanto, vivida aspirazione ad esistere e a sentirmi raggiunto, mi sgomenta il silenzio e l'indifferenza di quanti, stimati partecipi della mia stessa natura, sensibilità, lavoro e percorso immaginativo invece ristanno difesi e acquattati in un loro silenzio cocciuto, che non posso non considerare punitivo alla mia sfacciataggine di averli voluti considerare a mia immagine e somiglianza, nel raggiungerli con un documento inutilmente propositivo.

     Insomma anche la missiva come protesi, perché no, dal momento che la telefonata, il fax e ogni altro possibile, diverso contatto, a me non sembrano invece sufficienti prove oggettive nel tempo, da trattenere e ripercorrere quali tutori alternativi d'una richiesta affettiva; soprattutto a parlare dell'effrazione sterile rappresentata dal mezzo telefonico, che penetra sì nella dimensione rarefatta d'attesa, per lasciare in ogni caso e ben presto un fondiglio assai poco memorabile; mentre se questo strumento decidessi d'utilizzarlo io, non riceverei che lo smacco d’una qualche segreteria; con la beffa a seguire d'un silenzio puntuale; anche lasciassi gli estremi.

     Ho sempre avuti cari i racconti incentrati sui tappeti volanti e in cui compaiono messaggi contenuti in una bottiglia, che dopo anni magari giungessero a quella precisa destinazione, per quanto avventurosa, e come mai plichi indirizzati per bene e consegnati addirittura a mano, invece non hanno mai avuto seguito, lasciandomi in un naufragio permanente, rispetto alle fiabe più dolci?

     Quante inutili attese alla finestra, nell'ora approssimativa in cui sopraggiunga il postino, e non dovrei sbigottire a una sordità simile, moltiplicata per giorni, e questa per anni, sommatisi tutti a coperchio d'una intera esistenza priva di conforto? Ma costoro come si fa a perseguirli nelle loro efferate defezioni, rei del peggiore misfatto: quello di strafottenza vile, quanto non corredata da rischio.

     La solitudine è la scuola del genio, e va bene, a sentire il Gibbon, ma nel mio retrobottega frequenterò mai un amore che non sia deludente, indegno e vergognoso? Destinatari dei miei passi perduti volete rispondermi, accidenti!

     E allora non mi resta che la cappa di Cherubino: se non c'è chi m'ami, parlando d'amor con me; in quanto se lo scrivere e un impietosirsi di noi stessi, alla ricerca d'una pietà altrui migliore o peggiore non conta poi troppo - farlo senza mai una risposta ci cancella la nascita e il nostro stesso nome.

     Un canto di Cherubino davvero sterile, tenuto insieme dal più tenace adesivo, però: quello di sapermi nel. giusto, rispetto all'infetto dei miei interlocutori. Apposta non rispondono. Ma come si fa a castigarli, pur avendo intera la corolla delle loro defezioni. Non sono affetti dalle medesime passioni costoro? Quale potere meschino e in definitiva povero perseguono, non rispondendomi.