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                                                     L’ISTINTO PRIMARIO

 

  Come saremmo colti se conoscessimo
bene cinque o sei libri (G. Flaubert)

       Al pubblico come co-produttore io ci credo; intanto nella maniera che lo scrittore lo sappi sollecitare. Se il discorso fosse esplicito, il lettore ne sarebbe consolato, direbbe “è vero!” e chiuso il libro riaccenderebbe il tv, in caso l'avesse mai spento, sereno che ci sia qualcuno che si occupa dei suoi problemi. Nel libro bisogna seminare inquietudini, invece, turbamenti, gradini monchi e non facili accessi, perché il lettore acquisti più profonda sensibilità; che poi resterà un suo patrimonio per capire meglio i fatti che lo circondano. Infrangere la spirale d'inattività e di deleghe cui è stato abituato il lettore; che dovrà condurre sulla pagina un pari lavoro artigianale a quello dello scrittore. Bisogna che entri proprio nella tecnica dello scrivere, facendogli balenare i molteplici modi della scrittura. Nell'acquisto d'una vettura è implicito il fatto che la si sappia guidare, tanto più questo deve succedere in un testo poetico.

    Certo sarebbe opportuna una collaborazione da parte della critica, oggi del tutto carente, e sarebbe utilissima una partecipazione dello scrittore nella vita scolastica, con incarichi propedeutici alle materie inerenti al perché e cosa leggere. per supplire alla latitanza d'una critica schiava di moduli di giudizio acquisiti una volta per tutte per caparbietà di fondo e comodità di lavoro; quando non sia per convenienze economiche e vezzi umorali.

    La scontentezza dello scrittore è cosa permanente e guai non ci fosse: lo scrivere è sempre sintomo d'una malattia: e allora farlo perché questa malattia colpisca quanti più lettori possibili, tramite una sensibilità perversa.

    Congegno assurdo, lo scrivere reca  ammiccamenti, falsi messaggi, perché si agguerrisca, rendendo inquieto e indignato, il proprio delirio, senza abbellimenti, restando solo lui a contare; ogni giorno aggiungere acqua alle irrigazioni. riscrivendo di nuovo dopo l'ultima idea, pianificando il congegno per renderlo lucido. La scrittura non significa niente quando si cominci a scovarvi i perché e una morale, ponendovi in bocca giustificazioni e delle carte d'identità puf, svanisce; una morale già sentita in chiesa e alla tv non sarà mai letteratura. Questa perlustra il centro della terra. sporcandovisi.

    Il momento della scrittura è quello della rilettura e del cancellare, in una altalena verso l'ignoto, appesi al filo teso che oscilla male attaccato; altrimenti si piomba giù insieme all'ingranaggio. La storia fantastica, irreale, impossibile irrisione di quanto e di quanti esistono e ci siano stati di prototipo; tutto trascritto in un divertimento che non è secondario, ma neppure accessorio: ma anche questa, ora, cosa seria, esistente, "non è una cosa seria". Mai.

    Bisogna crederci al doppio, all'irreale, all'assurdo; il doppio di ogni aspetto è la situazione mai precisa, ma polivalente; sotto ai piedi sobbalzante quale belva. Niente affetto per i personaggi; avvalersene per renderli, e rendersi con essi, distorti, impossibili; e lo stesso luogo dove si svolge la condizione, potrebbe a ogni istante essere anche un altro e d'altri. É il mare che fa su e giù, avanti e indietro, lasciando al lettore di metterci abbondantemente del suo: scafi, regni. vele, alberi più o meno maestri; o di trinchetto, a seconda delle esperienze a leggere; ossia a navigare che abbia il suo possibile vissuto sul mare; o tra le imbarcazioni a terra; fornendolo perciò di allocuzioni, elencazioni, strumenti e mappe di navigazione e di cantiere. Ecco perché al pubblico come coautore ci credo, il lettore avendo insieme a chi scrive l'istinto primario comune a tutto il genere umano: quello di volersi orientare, se non sarà mai possibile capire; sapere di più, nel contempo incuriosendocisi, perché le ipotesi sfuggono e si dimenticano presto; né i libri che abbiano una  scrittura simile sono poi tanti.

    Credo nella scrittura che sia un salvagente, in quanto forza il reale senza mai perderlo di vista; che mina il verosimile in una vertigine che lo renda più drammatico di quanto già non lo sia; altrimenti a che pro ci si accingerebbe a leggerla: e il lettore eccolo preso sul baratro per la coda e ogni volta in quell'ultimo momento che altrimenti lo vedrebbe perso, stuzzicandogli il senso del vuoto che già possiede dentro suo malgrado: scrivere evochi la vertigine in lui, avendola frequentata già l'autore: è l'oltre, lo sfasato per due.

     Nel libro serpeggi una sorta di rabbia anarchica per troppa esigenza e sfiducia nel padre nel prossimo e in qualsivoglia autorità, soprattutto: quella dell'ordine delle lettere per prima; l'ordinato non potendo recare che inganno e falsità, già abbondantemente noto e frequentato da tutti e dappertutto: la scrittura avrà i suoi coautori solo accingendosi ad essere e a permanere infrazione senza ritorno. A questo proposito si rilegga Amelia Rosselli.

     Le ferite d'una educazione (a quale titolo non conta) finiscono per costruire protagonisti riscontrabili, in giro, ad apertura di pagina per tutti, nei loro spessori di vendette e odi; scrivere accende il proselitismo alla volta di parricidi e incesti, per riscattare gl'istinti frustrati; sapendoci oppressi, s'amano i libri in cui la storia e la lingua vogliono scoprire le ragioni illogiche; contrarre gli scopi anormali; estraniare il creduto certo della vita. Storia che toglie continuamente i puntelli al pavimento delle convinzioni. Linguaggio sviato per ricostruire ogni oggetto in un modo arbitrario, dopo averlo scomposto. Analisi sui singoli pezzi. La realtà ricostruita per scoprirne le regole di funzionamento, propugnandole in malizia.

     Libri scritti fuori dall'inerte; contro la disattenzione. imponendo la fantasia. Per questo il discorso venga lasciato aperto, perché siano gli altri a decidere. Delirio teologico, gioco osceno del sacro e del poetico, ribattuti; patologia lessicale, parodia sintattica, innamorandone chi legge.

    Percorso antropologico attraverso gli ictus segreti dell'uomo; realtà catturata allo stato incandescente, quando non è affatto nobile.

     Libri scritti in piedi, sulla belva come a Creta, alla caccia di Minosse; in quotidiane zuffe puerili con la bestia che è in noi e che è la nostra parte più genuina. Il brulichio della frase. Tragedia dell'ignoto, dove le viscere confluiscono. Centinaia di somiglianze mutile, dalle incredibili vicende che non si placano mai. L'eroe della convinzione è come inseguisse leggi mineralogiche, in un mondo che non è che materia sconfitta nell'egotismo: punta secca della vita. pervasa da salutari arroganze: da destra o da sinistra il nemico? Per quanto, date le condizioni ambientali, quasi sempre vi si rinuncia: ma devono subirla, anche i lettori. addentrandovisi, la sconfitta. Tecnica per scovare gli archetipi individuali; quindi un lavoro per catalogarli. Perenne angoscia per sollevare la parte piatta. I fantasmi sono di tutti, ma bisogna evocarli in un certo modo. Crederci, dominarli.

    L'anima mostruosa, iniezioni di fantasia sfrenata che irridano le presunti morti dei romanzo, della pittura e della musica, e aiutino a cercare l'altrimenti, l'autore allungando la mano a chi legge.

    La sorpresa, l'apparizione, il fastidio psico-fisico, il "dèjà vu” dell'uso quotidiano,  con 1'onirismo. il ripiegamento, la carica libidica, lo sfruttamento della stampa letale, la narrazione contrastata, con cui nascondere il parco dei divertimenti di ogni storia, spacciandola di tutti.

    Bruciare la precettistica e i buoni sentimenti; più azzardo, più rischio: il grottesco dove sopraggiunga il patetico; ironia, metafore azzerate, mettersi nei pericoli; ossia metterci ha scrittura, dove si presentasse inerte; e collages, inversioni di parole, gli abusi con 1e stesse fino al disfacimento, per un linguaggio che dev'essere commestibile, sotto i denti di chi lo legge, facendosene il vitto da privilegiare; alla Rosselli, appunto.

     Gli assurdi più biechi, le malignità distaccate, per aggredire e superare la tragicità della scrittura; il fatto che di fronte alla pagina bianca ci si trovi distanti da ciò che e la vita realmente.

     La poesia come un libro giallo, un giardino dei supplizi, la mano nella piaga e insistere: elusivi, distaccati, non partecipare, togliere al lettore la voglia di vedere come va a finire, strattonandogli  l’indice.

     La poesia è una testa di ponte, la registrazione dell'oltre e serve a dare lo sgambetto nel momento che ci si crede di più: allora una manata di pepe, dove sia più vulnerabile; e sul privato prima spargervi la benzina, dargli fuoco e poi servirsene in un rogo collettivo.

     Pagina divaricata. Situazione eretica. Scalini senza niente in cima. Non per “dire”, ma per supporre; stuzzicare l'inerzia e alla fine la validità di quanti, affidandovisi, possano acquistare  fiducia. Vocabolario che ricomincia      immancabilmente circa i fantasmi di tutti.

Non riesco a concepire un testo letterario che non sia totalmente visionario e stravolto; non nella sintassi, sarebbe troppo comodo, ma proprio nella sostanza della sua scrittura, per una sua interna ”necessità" di comportarsi in maniera elettrica e fuor da ogni seminato.

     Ecco, “necessario” è la parola, non “utile,” perché la letteratura non può mai essere utile, tranne che a se stessa; intristisce, bloccandosi, la pagina, se questa non è tesa. inventata e conseguente a una viva e vitale manifestazione di un animo malato e bilioso, non pago di tramare ad ogni rigo tranelli e trabocchetti esiziali ai danni del lettore, proprio per irretirlo nel gioco della più inarginabile “viziosità”; come direbbe il sulfureo teorico di una simile discesa all’inferno, il mai sufficientemente compianto Giorgio Manganelli, maestro di critica e di scrittura in questa direzione.     E con i versi, la Rosselli, altra visionaria: scomparsa anche per questo.

    Se il libro non è il dettato personalissimo d’una febbre che urge indispensabile allo sfogo, resta solo un più o meno lussureggiante esercitarsi nel vanitoso. E questo la Rosselli l'ha perseguito a prezzo della vita.

    Ogni libro che venisse stampato dovrebbe provvederci un cosmo irripetibile, tramite una matematica dalle regole esattissime, quanto non verificabili; fatica cocciuta alla ricerca del bianco più bianco, frequentato giorno dopo giorno dall'autore; una volta al tavolo con chi già lo leggesse, e la Rosselli nella sua poetica del "lapsus", come volle definirla Pasolini, applicò al linguaggio frequentato uno scardinamento improvviso nei significati immediatamente comprensibili, ad opera di cesure e sgambetti lessicali istrioneschi, al limite del ghiribizzo formale. che per categoricità e ingiuntiva sopraffazione mostravano tutta la loro vulnerabilità comportamentale alla volta d'un lettore che gliela compensasse. La sua sconfortante solitudine alla ricerca d'un colloquio resosi sempre più difficile, date le distanze frapposte dal suo animo scettico, le hanno permesso squarci linguistici arcaici, epigrammaticamente appassionati e scontrosi, irti di sfide. per un istinto primario prepotente alla volta della vita appetita, ponendosi. col togliersela, finalmente a confronto col lettore. liberandolo da ogni soggezione, lasciandogli i suoi soli testi a riattivargliela.