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                                                      INDIGNAZIONE COME PROTESI

 

                                                                                                                                                    "State attenti; la nave ormai è in mano
                                                                         al cuoco di bordo e le parole
                                                                         che trasmette il megafono del comandante
                                                                         non trasmettono più la rotta, ma il menu di domani”
                                                                                     (S.Kierkegaard: “Sul cammino della vita”.)

 

     Fin dagli anni sessanta Guido Ceronetti affonda il suo bisturi umorale, quanto moralissimo nelle pieghe del nostro tempo, e non sia immagine comoda e facile questa, giacché è risaputo che il nostro scrittore, poeta, traduttore e polemista, oltre ad essere un pregiato burattinaio, possiede una laurea in medicina ed è agguerrito conoscitore dell'arte farmaceutica nel campo della erboristeria. Ma se sono splendide talune sue rivisitazioni dei testi biblici, quanto dei classici, tra questi ultimi preferendo soprattutto gli autori risentiti e graffianti, a lui più congeniali per conformazione civile e indicazione “apocalittica” (basti fra tutti citare lo smagliante Marziale edito da Einaudi, così pregnante nella trasposizione dei vizi dilaganti nel guasto imperiale romano, riferendosi a quelli che ci angustiano oggi), l'indignazione di Ceronetti poi s'è particolarmente specializzata nel tempo, anche attraverso gli articoli che appaiono periodicamente sulla stampa quotidiana, riguardo alla qualità della vita e i suoi disastri indotti e ormai irrefrenabili. per cecità, abulia, interessi colpevoli d'una classe politica fattasi società a delinquere per depredare in modo sistematico il cittadino,togliendogli addirittura l’aria che respira; intesa come sana, o almeno decentemente salubre a una sopravvivenza. L’indignazione in Ceronetti è di prammatica e sfoggia  un'alta cifra risentita, mai disgiunta da un nitore letterario e precisione d'espressione, non di rado sposati anche alla poesia, dove trancia col bisturi dell'accusa sempre circostanziata, scempi edilizi e disastri ecologici; pochi autori come lui hanno nel dna del corrusco linguaggio impiegato una vibrazione così alta di sentire e patire collettivo e nel mirino delle sue crociate entrano sia il minimo caso quotidiano di carattere privato, assunto a possibile, se non fatale emblema di tutti, quanto il patire cosmico che lascia la bocca amara e il petto colmo di frustrazioni, la penosa indicazione restando sempre senza rimedio. I casi percorsi da Ceronetti appartengono al peggiore dei mondi, per capovolgere l’assioma ironico del Candide e della Cunegonda voltairriani, e a leggere Ceronetti si finisce per essere subito senza speranza, gli occhi sbarrati  già sulla nostra decomposizione di viventi predestinati, in quanto costretti a vivere senza scampo in un contesto sociale fattosi ogni giorno più aberrante; una sorta di morte ancora in vita. Divorati nella coscienza da fiumi d’oscenità ricorrenti, dovunque ci si rivolga e qualsiasi cosa s’intraprenda, a leggerle attraverso il filtro dello scrittore, tanto spietato, quanto veritiero nell'analizzarcele, basiamo accorati e affascinati per il percorso d’immedesimazione, vivendo lo stesso brivido che percorre la schiena degli stimatori dell’orrido e del disastroso nel campo dello spettacolo: solo che con Ceronetti non si sta comodamente seduti in poltrona, mentre sullo schermo divampa lo sfacelo: ci stiamo proprio in mezzo, devastati in esso giorno dopo giorno. Ceronetti dà corpo all’immondizia che ci soffoca con affondi espressionistici e sagacia da funambolo. Gli sperperi e gli sprechi bilogici, le incoscienze suicide, l’amministrare delinquenziale e la nostra coscienza opaca fra tutto questo, Ceronetti li grida in accuse da “vox clamantis”, purtroppo e sempre in un deserto, le difese restando di là da venire; e forse per molti versi impossibili, data la complessità del sistema che ci ha accalappiato: anche per questo il grido di Ceronetti è stridente e acutissimo.

     Il linguaggio di Ceronetti è mimetico ogni volta alle argomentazioni che tocca, entrando in esse  e costruendolo dal di dentro delle turpitudini testimoniate; lebbroso e lutulento, riottoso e paratattico, impietoso, paradossale, parodiato, accanendosi nel costruire salvagenti puntualmente bucati, ombrelli che non si aprono, in quanto le anagrafi delle sconcezze non possono ragionevolmente avere appello e disperdono ogni speranza: perché illudersi? E alle piaghe, alle lebbre, ai miasmi di questa nostra vita alla deriva per dei piloti stupidi quanto delinquenti, il cittadino non ha scelta, in quanto generalmente s'equivalgono: si leggano presentazione e commenti a "Qohélet'', appena edito da Adelphi, che non a caso reca il sottotitolo: "Colui che prende la parola". Ceronetti naufrago a pieno titolo nella nostra medesima barca, lamenta il suo con il nostro ludibrio disperato. Il linguaggio è perciò fatalmente scostante, che incalza con accostamenti mozzafiato; paranoico e schizofrenico, ogni volta adattissimo alla materia e alle occasioni prese a pretesto; ferocemente indignato urla, nella tromba dell'Apocalisse, pur sapendosi inascoltato.

     I titoli ceronettiani sono ormai molteplici sul versante di questi mementi privi d'ascolto, che non di rado vengono anche derisi, tacciati d'esagerazione e di allarmismo, quanto di compiaciuto lesionismo per i tanti servaggi che una simile civiltà così denigrata invece vanta, a dire di chi ne gode e lucra vantaggi: ma una protesi, ricordiamocelo, non è né comoda né divertente; spesso è ingombrante; quanto indispensabile però per non abdicare del tutto a un minimo spiraglio di vita, avendone diritto fino all'ultimo, ciascuno di noi, di un qualche sprazzo d'illusoria redenzione; e in caso contrario, di un delirio se non consolatorio almeno disperatamente testimoniale da "cupio dissolvi".

     E non c'è dubbio che Ceronetti e i pochi altri che nel tempo abbiano avuto per destino una tale missione di mantenere sveglie le masse dormienti e altrimenti ignare e accidiose, questa disciplina rammentativa la persegue accanitamente, dimostrando quanto sia indispensabile e di soccorso, quando tutto appaia perduto, la protesi dell'indignazione manovrata attraverso una scrittura da chirurgo: impietosa nel resecare, sezionare e praticare la dissezione sui resti marcescenti di questo nostro sventurato pianeta.

     Una protesi senza dubbio apocalittica e priva di spiragli, per uomini onesti e forti di cuore, nei riguardi degli integrati che formano la stragrande maggioranza d'una popolazione dedita invece ai “circenses” più squallidi: basterà nominare fra essi il cellulare, usato a oltranza e a sprezzo d'ogni buona educazione e ridicolo; la tv accesa come un inerte basso continuo per un concerto capace di sopire anche una carica d'elefanti; lo stadio, la droga, la discoteca, la pizza, la settimana enigmistica, la settimana bianca, il cane da morso, la gita coatta e del tutto disattenta e sbracata, tanto per far parte del branco demenziale, feroce quanto vile, incapace di una qualsiasi forma d’individualità e di considerazione per la propria e per la dignità degli altri.

     Basta frequentare i mezzi pubblici, essere costretti a utilizzare i cosiddetti servizi, che spesso servono solo a sclerotizzare una burocrazia crassa e impenetrabile, per collezionare tali repertori di arroganze e di strafottenze da stremare il più comprensivo degli uomini.

     Circola un terzo, un quarto e un quinto mondo composti di ringhiosi ambosessi non sempre solo di minore età, che vedono nel gridare e nell'accartocciarsi in pubblico, nel deturpare proprietà comuni e svettare in slalom di becera bravura, assai raramente punita, (non si dice da un incidente da contrappasso in cui sia solo lo scellerato ad essere coinvolto, ma perlomeno da ammenda correttiva e riparatrice}, un loro diritto acquisito.

     E ciò che perplige è la connivenza dei media su un tale andazzo e lassismo circa un più decente costume; mentre la colpa dei genitori è massima al pari di quella degli educatori; quelli e questi avendo abdicato non da oggi ogni ascendente, pur di riscuotere la più deleteria delle approvazioni.

     Ceronetti non placarti, visto che la nostra cultura è divenuta un intercalare del tutto patetico anche sulle labbra d’intellettuali insospettabili.

     “Allora…” ”appunto…” “se vogliamo…” “per cosi dire...” “chiaramente…” “in qualche modo…” “praticamente…” Ma sono tanti, e tutti della stessa inerte valenza cerebrale del famigerato “cioè”, gl’intercalari che imperversano, anche da parte di uomini di cultura, per un altrimenti non sospettabile pigrizia espressiva; che, a parte adesso la perdita di tempo e di concentrazione all’essenziale che infliggono all'uditorio, affliggendolo di così futili e inutili riempitivi, qui segnaliamo il sintomo da non sottovalutare, proprio d'una “ruota libera” di pensiero, debilitato da tanti abbellimenti inessenziali: un manierismo che uccide la lucidità e la concisione, e che spesso alligna dove scarseggia la sostanza; ed è tattico e sconfortante questo stato di cose, vogliamo dircelo, nella politica e nella cultura radio televisiva in sommo grado. Essere rappresentati, leggi governati, resta per l'individuo davvero tale, abdicazione e male feroce e se ogni democrazia non può essere, che imperfetta, specie quando, distante dai tempi di Pericle (quando del resto era imperfettissima e non meno soggetta alle clientele) agisce in una società complessa che ci sta soffocando, con ben pochi vantaggi sotto il profilo delle garanzie e delle presidenze, vorremmo spendere questo disagio per segnalare l'utilità di sottoporre a terapia, magari di gruppo, quanti scelgano d'amministrare le cose che contano d'un intero paese; fra queste ascrivendo le scelte culturali e gl'indirizzi dell'intera editoria, liberandoli da "intercalari" così spesso colpevoli, se non dolosi. Le previdenze al cinema, al teatro e all'arte sono note, e vigono massicce e rinnovate non da oggi, ma per la scrittura che conta, la poesia, la letteratura di ricerca vige da sempre un “intercalare” vergognoso e sprezzante: e i frutti eccoli in cronaca. Una industria seria sarebbe suicida a non porre nei suoi bilanci una voce congrua dedicata alla ricerca, ma da sempre in Italia non s'applica questa ovvietà alla letteratura non deperibile e le cose allora, lo sa la poesia come sono precipitate; la poesia e la scrittura che conta. È nell'editoria il filtro indiscusso per recare alla società quell'impulso capace a un risorgimento possibile, data la deriva ideologica. scolastica e culturale, e i veri editori, ammoniva Neri Pozza, in anni, peraltro non sospettabili di quest’audience stupidissima che ci sta soffocando, sono quelli che pubblicano quanto i grandi editori non rischiano; al quale ha fatto eco Giulio Einaudi, che nella "lectio brevis" tenuta a Trento esplicita (dopo 7000 titoli usciti per lo struzzo e 65 anni di presenza editoriale): "Solo un vero editore di cultura potrà supplire al vuoto d’una classe dirigente dedita da troppo ormai solo all'utile e ai privilegi personali''. Ma dove sono gli Einaudi oggi?

     Un intelligente editore, tramite i suoi autori, se di tutto rispetto, siamo certi che facendo tesoro dei possibili errori, corroborandosi alle difficoltà obbiettive sempre più numerose, potrebbe incrementare i suoi lettori, arginare le loro defezioni, placare g1 scetticismi e gli scontenti, divenendo ago sensibile dei valori essenziali, sapendo scegliere i suoi programmi avvalendosi dei più fattivi ed entusiasti operatori, dentro e fuori di casa, facendosi interprete e commentatore instancabile di quanto in ogni sito e tempo si agiti nel paese, al fine di rendere persone e finalmente non branco i lanciatori di sassi dai cavalcavia, gl'immolatori del sabato sera e gli uccisori parentali per mero bisogno di notorietà effimera, data una mancanza d'identità personale; e, perché no anche i gregari, quanto spesso ignari d'altro che non sia l'omertà e il conforto più sordido, delle varie  organizzazioni a delinquere: sì, la scrittura non omogeneizzata e il laboratorio di ricerca mai reso inerte da qualsiasi "intercalare" può ottenere questo e altro, qualora la si sostenesse e vivificasse al di là d'un asservimento bovino all'inerzia d'una moda e alla macina d'una mercificazione devastante, rendendola franca dai cataloghi stracotti e preconfezionati, perché respirino progettazione diverse dalle consolazioni sostitutive che hanno per motore il denaro, il cinismo, lo spreco, l'abuso e l'arroganza del potere urlato: sì, la scrittura può fare tutto questo, in quanto carburante di nuova sensibilità creativa, non mai soggetta a dispersivi "intercalari". A stimolo di ciò si sappia che con la sovvenzione devoluta a un solo film, spesso così inutile da essere nocivo, si stamperebbero oltre 2000 libri di buona, insostituibile letteratura, a vario titolo; che potrebbero capovolgere le sorti d’un mercato dedito a ben altri sostentamenti: auspichiamo un propellente per la cultura che non sia solo intercalare d'accatto.

     In questa povera, arrogante, volgare mensa chiamata Italia non abbiamo più neanche la soddisfazione di dirci: "Siamo alla frutta!", dipanandosi le portate sempre più becere e irreparabili, in una spirale parabolica, ipertesa e amplificata alla mercificazione del disgraziato, impotente commensale, in qualsiasi campo, disciplina, attività e incontro, avendo l'inquinamento pregiudicato anche i rapporti umani a carattere privato; tutto e tutti schiacciati dalla narcosi e dalla nausea dovuti all'audience e all'imbonimento più indifferenziati e cafoni, speculativi e rei. Ad aprire un qualsiasi giornale, una tv, una radio perfino, sale un groppo indigeribile, per l'affronto che subisce l'intelligenza. Sembra impossibile che essere viventi, non si parla più di persone, possano ancora sopportare affronti tanto lesivi della più elementare e sacrosanta esistenza, dato l'unico valore certo e tangibile, la vita, ridotta a smaccato e svuotato usa e getta. Qui preme sottolineare quanto avviene nel campo della cultura e della scrittura in particolare, da sempre avvilita a fanalino di coda nella

storia dell'umanità, per una sua "fragilità'' costituzionale, dal momento che fino a ieri il leggere, non si dice lo scrivere, era appannaggio di pochi; ma da qualche decennio, vogliamo dirlo, dall'avvento del televisore soprattutto e da quando negli anni settanta sono lievitati i costi delle materie prime e dei servizi, a causa della crisi energetica, ebbene, specialmente da allora la scrittura, "favorita" dai devastanti ricambi prodottisi allo scopo nelle redazioni editoriali, è finita appiattita sotto lo schiacciasassi dell'utile e del mero profitto: spesso neppure raggiunti, data appunto la pochezza culturale dei mestatori in carica, e la miseranda teppa intellettuale di contorno.

     Attraverso questo tornado invasivo, la betoniera dei media ha finito per macinare solo possibile merce, in una gara d'accatto e di rimbalzi penosi, e in rincorse massimamente perdenti per la dignità del pensiero, creando un mondo di clonati alla stupidità, privi oramai di qualunque discernimento e richiesta circa il "chi siamo, che vogliamo, dove andiamo?". Il mondo che ci circonda è devastato da un manipolo di piazzisti squallidissimi, ambosessi: presentatori furbissimi, fasulli capipopolo, moderatori discinti a qualsiasi strizzatine d'occhio del e al potere, soubrette che hanno superato il muro della storditaggine, accampandosi nel territorio del politico a pieno diritto: e politici divenuti soubrette ben più prosciugate d’ogni carisma, credibilità e affidabilità dell'ultima ballerinetta di fila.

     In questo zoo, di Barnuum, di mafie e camorre, di dinamitardi e incendiari, di killer e sicari con tanto di stipendio, la scrittura resta preziosa per un riscatto.

     Ma basta sfoghi, che notoriamente non servono a niente; anzi da sempre finiscono per narcotizzare anche loro le coscienze, predisponendo al boccone amaro seguente, venendo utilizzati come "digestivi"; qui vogliamo invece arrivare al sodo, denunciando col vibrato, perentorio, irriducibile diritto a modificare le cose, che per la scrittura è giunto il momento di accudirla, pena la scomparsa sua sotto il profilo di una qualunque sensibilità, creatività, progettualità e, in definitiva, perdita fatale quale strumento unico e insostituibile, adatto a sensibilizzare e a modificare il mondo circostante nella direzione di una nuova percezione e coscienza delle cose e attitudine a viverle nel miglior modo; e dunque in quello più dignitoso possibile: si è già detto che si elargiscono miliardi a migliaia ogni anno per il cinema, il teatro, la lirica, il turismo, i giornali, la radio-tv, e non saremo noi a eccepirne le comprovate necessità, quando queste siano mirate all'esistenza in vita di un “prodotto” e di un'azione volti a renderci cittadini più adulti e maturi, e non, come sappiamo tutti benissimo, al contrario per mondanità fasulla e vieta, per scambio clientelare, ricatto sindacale, favoritismo e appalti colpevoli. Ma tutto ciò dovrebbe essere opera d'indagine da parte degli organi di controllo preposti alla bisogna (e qui lo vogliamo ricordare, dato il fiume finanziario emorragico); ma ciò che ci preme dl conseguenza gridare al capo del governo e ai suoi ministri, in carica e venturi, ai legislatori presenti ed eventualmente alle porte, è invece l'indispensabile varo di un centro nevralgico e operativo, di un interlocutore finalmente responsabile, che sia di propellente proficuo ai problemi della scrittura, oggi alla sola mercé di cartelli editoriali, ragioni sociali da rapina e di privati più o meno imbiancati nei loro sudari di lucro, cosicché per quanto riguarda i problemi dell’esprimersi attraverso la parola, possa regolare tramite normative chiare e ascoltando gli operatori seri del settore, finalmente del carburante mirato a sostenere un “prodotto”, se vogliamo chiamarlo così, più fragile, meno appariscente e prestigioso, certo, circa le bilance internazionali, per quanto di ben più duratura tenuta, se autori come Dante, Leopardi, Pirandello, per citare a caso,  restano e resteranno al di là dei ludi gladiatori, dei tornei,  delle naumachie e degli effimeri circensi finanziati a qualsiasi titolo e contingenza.

    Se l’arte ha il suo per cento garantista, anche la letteratura è tempo che abbia il suo ossigeno, perché sta “letteralmente” morendo.

Ceronetti e pochi altri lo stanno gridando disperatamente, non da oggi. Si dia loro ascolto.