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                                                    IN POSIZIONE OSTETRICA

 

                                                            Il mondo non è più lo stesso dopo
                                                         una buona poesia (D. Thomas)

 

    La poesia è nata dall'oralità. La parola poetica nei silenzi dell'antica Attica già possedeva in sé tutta la carica evocativa dell'immutabile condizione umana e la riproduzione di quel canto ne ha permesso e favorito la memorizzazione e 1'imitazione anche a grandissime distanze, tramite diversissime culture. L'incantesimo ha dato origine alla storia letteraria e il transfert tra il poeta e il suo pubblico mutò spessore, accelerando benefiche immedesimazioni.

     Con la crisi delle ideologie e dei culti della persona, quell'irripetibile silenzio attico ebbe un istante di “ricreazione”, risvegliando dei ”finisterre” tra il poeta e un pubblico alla ricerca d'un `”messaggio” disciplinare cui attaccarsi; ma è durato ben poco. e gli editori, i critici, i mezzi di diffusione ne hanno massima colpa, pressati da budget ben più importanti e da servizi stampa ben più agguerriti, avendo ceduto anni e possibili "bagagli" alle case discografiche e al fenomeno tutto lustrini del cantautore, da subito effigiato con l'attributo di poeta; le masse restarono irrecuperabili; infatti orridi festival strapparono al libro e alle letture poetiche anche le nuove, potenziali generazioni, nessun nostro studioso essendosi preso la briga di sottolineare che una canzone, per quanto "d'autore", non poteva sussistere senza il bagaglio di supporto: la nenia dalla cadenza ruffiana, le prevendite a tam tam, la desolazione delle periferie e la debâcle della provincia, sempre più narcotizzata dal tv, dall’Enalotto, dal calcio-pallone, dalla discoteca a un tanto a vittima: d’estasy o strada, fa lo stesso. Una canzone non può essere poesia, né poeta chi la canta, per definizione, cadendo su se stessa se le si toglie la melodia d'accatto, l'ambiente d'applauso, la collezione delle foto e della tifoseria: provare à leggere “i versi” sanremesi per crederci, isolati da ogni supporto amplificante. La poesia delle origini non poteva prevedere, dopo millenni di magia, un declino tanto repentino della sua esistenza, uccisa impietosamente proprio da chi avrebbe dovuto sostenerla: è stata perduta un’occasione irripetibile dagli editori di collane un tempo prestigiose.

     Gli anni passati videro tutto un fiorire di letture pubbliche e sembrò che attraverso di esse la poesia potesse indicare una veritiera maniera per farcela a rimpiazzare le delusioni, ma è bastato il potenziarsi festivaliero e la moda del branco appollaiato sul muretto, per mostrare che ciò che sembrava operosità intellettuale era invece accattonaggio occasionale; l'incremento delle discoteche e dei loro riti “trasgressivi” di gruppo, ha spostato di valenza la “mendicata” attenzione, disperdendo tutto un patrimonio di energie, e gli editori storici di poesia, dopo alcuni guizzi velleitari, hanno cancellato in bilancio ogni impegno; ma che la .sete di poesia cresce, lo dimostra il banditismo di sigle editoriali più o meno credibili e la pletora dei premi a “contributi” progressivi, sempre più numerosi: un proliferare che finisce per disorientare, falcidiando anche qui le possibili, altrimenti valide energie: oggi è a esser poeti, non madre, ch’è un inferno.

     Come ripristinare il transfert tra il poeta e il suo lettore, al fine di placare almeno un poco l’angoscia in ambedue? Come riaprire il flusso magico e corroborante tra i due poli, data la delusione delle politiche, i1 dilagare della criminalità, 1'appiattimento della scuola che annaspa in progetti risibili, per mancanza d’un véro coraggio propositivo a lungo termine; per non parlare  d’una disoccupazione fattasi cronica? Come riavvicinare la parola che non può mentire alle masse sfiduciate per le troppe menzogne subite ogni volta irreparabilmente?

     La poesia ha provveduto da sempre i puntelli per il disordine interno dei suoi autori, quanto dei suoi lettori; è un sollievo allo sconcerto dovuto al caos dei sentimenti inespressi fino a un momento prima; data la sua capacità ordinatrice, è il sistema nomenclativo che raduna e numera, sempre attraverso nuovi frasari, il già  esistente, riproponendocelo ogni volta diverso, non più disperso; è dunque, sol per questo, inquietante, quanto adeguata a farci capire chi siamo, dove siamo e che cosa, fugato il minaccioso, potremmo comprendere, avvicinare, percorrere. La sua intransigente disciplina e rigore operativo scavano sempre nuovi significati nell'indistinto; che quindi lo si percepisce persuasivo a far fronte al lacunoso che imperversa; e a questo punto sarebbe allora anche un valido modello di comportamento e uno strumento suscitativo d'idee e progetti negli ambiti i più vari; non ultimi i comparti scolastici, associazionistici, universitari e degli Istituti di cultura all'estero dove la poesia compare solo eccezionalmente e sull'onda d'una notorietà altrimenti cresimata.

     L'esterno e l'interno dell'uomo oggi si sono fatti davvero infrequentabili, ma con lo specillo e la protesi della scrittura poetica, che non ammette né distrazioni né bluff, sarebbe possibile raggiungere qualche evidenza e uno stabile, altrimenti impensabili, favorendo in giro un occhio moltiplicato.

     Nella poesia è sempre contenuta una totalità ordinatrice, che nella vita quotidiana non sarà mai possibile pretendere; e per le molte, sempre frustrate istanze di giustizia, la poesia resta l'ultima spiaggia; le non sopprimibili aspettative con essa hanno un guizzo di sopravvivenza.

     Esiste nella poesia un ordine interno che agisce da terapia, in quanto assoluto, non mercificabile; infatti ogni poesia è assolutamente non utilizzabile per secondi fini, che non siano quelli tutti suoi dovuti al suo palinsesto espressivo; allora ecco la chiave universale, valida cioè per tutti i suoi fruitori. per acquietare la sciagurata temperie in cui ci si dibatte. Nocciolo di stabile essenzialità, a cospetto dello scorrere indifferente, la poesia è un elemento certo e tranquillizzante, in quanto vi si può sempre far riferimento. E' un modello finalmente valido rasserenante di "buona amministrazione" delle proprie forze, rispetto alle disperse energie cui si è costretti vivendo. Reca un controllo continuo sulle scelte da fare; un dosaggio accurato e l'equilibrio conseguente per giungere a una più preziosa consapevolezza di sé, in questo facendosi forza di sovversione capace di cambiare il mondo; invece distratto, accidioso, pigro e colpevole nelle sue inerzie sposate al circense e al cachinno.

E' un arsenale in fieri in costante mutazione, per le sue scelte "chirurgiche", insegnando a chi la praticasse una complessa, articolata tecnica, ponendosi in posizione ostetrica fino ai suoi più intimi precordi, non scadendo mai in contraddizione, in un lavoro di continua ripulitura d'ogni possibile scoria: la poesia sta al poeta come il sintomo sta al malato.

     

     E’ stato giustamente  asserito che utilizzare un simile salvifico linguaggio, specialmente in tempi disperanti, quali sono quelli che viviamo, è sempre a rischio e pericolo del temerario che se ne sentisse “chiamato”; ma guai a quella editoria che dinanzi a un’opportunità simile restasse sorda, abdicando all’intermediazione necessaria e indispensabile, intanto convogliando ogni voce di bilancio agli sciocchezzai alla moda, alla lievitazione degli stipendi e degli apparati pubblicitari e di rappresentanza: per rappresentare che cosa, se non un'impotenza culturale che sarebbe da nascondere, semmai, tradendo proprio la prima regola d’una imprenditoria non corriva: licenziare un prodotto che regga nel tempo, dimostrandosi necessario nel presente; e che a saperlo gestire, sensibilizzando l'Istituzione, oggi fattasi più attenta, recherebbe, a parte le indubbie soddisfazioni di prestigio storicizzabili, anche sicuri rientri, a saper coltivare tanto analfabetismo di ritorno.

     Ma bisognerebbe che fosse, appunto, colta questa imprenditoria amante d'una metamorfosi, trasformatrice d’intenti.

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     Com’è noto “metamorfosi” procede da radici greche che ne definiscono l'accezione di “trasformazione”, e partecipa attraverso questo significato polivalente di scienze, quali, tra le altre: la zoologia, la botanica, l'etnologia: senza far cenno alla licantropia, per la quale, a seconda di taluni cicli lunari, l'uomo assumerebbe forme d'animale. In letteratura sono ben situate almeno una decina di opere, a contare solo le più celebri, che recano questa suggestiva definizione”in progress”, e in ciascuna di esse, va da sé che il centro motore sta in una dinamica riabilitativa di forme precedentemente acquisite, migliorate nel tiro.

     In poesia, scienza tra le scienze ed efferata disciplina principe per il massimo coagulo condensativi di notizie,  la metamorfosi s’impone irreparabile, data la sensibilità del poeta con la realtà che lo circonda; e nella quale poi è costretto a vivere, registrandola attraverso amplificazioni note ogni volta solo a lui, al fine di correggerne l'inerzia. Ciò premesso, resta chiaro che la composizione poetica è un vero e proprio regno di metamorfosi, le più spericolate, alle parole trovando un sempre nuovo rapporto perché stiano insieme, cercandosi, immerse nell'emozione del nuovo più circospetto e inedito, ogni suo autore dovendone ogni volta percorrere il rinnovato rapporto da solo; e sarà dal modo come lo farà questo percorso, che sarà ogni volta giudicato.

     La poesia è lo strumento chiamato a instaurare un mondo di deperibili certezze, in una universale corruzione, lampeggiandone gli anditi possibili, doppiandoli subito per farcela a narcotizzare intanto, suo tramite, la sconfitta del vivere. Che d'altra parte riaffiora di continuo, ingaggiando una  lotta prodiga di risorse fallimentari. La poesia non ha mai diritto a starsene al sicuro; di qui sorge la sua continua metamorfosi; ricerca panica proprio dell'annegato che vive in un lampo il mare della vita, sapendo che non potrà superarlo.

     Siamo soliti considerare il reale sotto forma di consumi, usufrutti, appropriazioni; il poeta utilizza l'acido corrosivo per un terreno bruciato, rendendolo fermentativo con una metamorfosi che non gli recherà mai la quiete verbale, dal momento che la sua attività è del tutto sganciata dalla statura del quotidiano, per via di caratteri mobili, segno per segno, nelle molteplici prove verso quel microcosmo in continua trasformazione: un occhio moltiplicato, in ogni piano d'attacco trattenendo il respiro: è la pazienza che verifica, a fare poesia.

     Del resto la poesia è pur sempre una realtà ambigua che partecipa un linguaggio mai vergine, imitando linguaggi precedenti; non è uno strumento di comunicazione, ma il momento dilatato d'un discorso che divora immediatamente se stesso in un eterno movimento, verso significati  costantemente mobili, inafferrabili: se spiega, muore, si siede, giace inerte, demetamorfosizzandosi. Una continua trasformazione, in definitiva, in quanto la poesia non può star dietro a formule, solo a forme e di ogni scritto non può mai verificarsi la riedizione, daccapo stuzzicando nuove fortune; non ha il compito di recare alla chiarezza; anzi, semmai cimenta nuovi azzardi interpretativi, rispondendo all'impossibile con dei travestimenti dai rinnovati significati, subito posti in discussione. La poesia è una distesa di uova quadrate, rispetto al linguaggio corrente che vorrebbe tutte le cose leggibili e interpretabili di primo acchito.

     La poesia sconfina, deraglia, va oltre, non tiene conto dei precedenti e di ciò che segue, pur servendosene immancabilmente; apposta, se vera, viene osteggiata.

    I pochi innovatori d'un epoca. quale che sia, saranno sperimentali; e terranno duro, nonostante i silenzi circostanti e la mancanza d'ogni attenzione; inoltre il poeta vero difficilmente verrà recensito; a che pro, con quale soddisfazione per i suoi avventati commentatori? Non ha carismi, chiese, sigle alle spalle, né armi per intimorire.

     I linguaggi scritti di trasformazione sono degli imperativi senza obblighi; voci che nel gridare non ne sanno proprio niente sul come andrà a finire l'acuto, con il canto al completo: presa cieca, priva di lampade; apposta non se ne accorge nessuno; ma il poeta non ha bisogno di fanalini di coda, nel perire.

     Poeta è chi abbia la silenziosa, invisibile sagacia di far deflagrare le idee fra loro; è qui la sostanza d'un'opera essenzialmente trasformatrice: esporre la propria ferita e deformità, senza riceverne emuntorio e comprensione. Soprattutto dall'editore: medico curante di base, come dovrebbe essere costui.

     Oggi invece si calcola, prescrive, designa, obbliga, risponde, tradisce, non valgono che tessere e carte di credito al vaglio d'un’industria cosiddetta culturale, dai canoni esatti e dal terminali agguerriti e scaltri quanto i suoi editing ed esperti protocollari; che non fanno che mimare le reazioni del principe; perfetti scrivani nell’accudire, preparare, adattare, prevedere: modelli atti, per contegno e tenuta, al meticoloso nulla che escluda ogni trasformazione. E se oggi il problema s’è fatto scandaloso, il passato ha conosciuto casi eclatanti d'ostracismo e strafottenza; basterebbe citare un Campana costretto a riscrivere, in quali condizioni psichiche, già debilitate per nascita, è facile immaginare, tutti i suoi “Canti orfici'”. per l'incuria d'un Soffici, depositario insieme a Papini del manoscritto, incautamente affidato loro perché venisse stampato.

     Né si deve pensare che sia la poesia a recare la fiaccola del martirio; anche la narrativa, appena diversa per gusto imperante e geografia, avendo sempre subito ferite penosissime: Svevo, certo; la  stessa maturità di Tozzi, che pure frequentava piste redazionali, ha avuto, in quanto espressionista di tensioni linguistiche visionarie, mai facili accettazioni. Diamone una campionatura, a ludibrio dell'editoria di ieri e di oggi, tratta da “Bestie”, soprattutto: “Tutti quei fiori che ho sognato! La mia anima dunque, sapeva di qualche funerale che lo non so”; “ecco la sera, quando le cose della stanza diventano pugnali; "m'ero messo in testa di trovare il violoncello che udivo tra gli alberi del bosco: quando tira vento, non sta più sotto niente”: miracoli che risiedono nel fatto che febbri così traslucide restano organizzate in periodi d’una compattezza dantesca, in un lavoro panico, compitato di getto; come del resto fu quello dell’infelice di Marradi: non a caso toscani, ambedue.

     Le leggi della natura sono davvero imprevedibili e offensive a guardar bene; anche se, o proprio in quanto, non danno scampo; e se Pascal, a detta di Racine, muore a trentanove anni “di vecchiaia”, Rimbaud lo precede di parecchio, ambedue avendo concluso l’opera loro, cronologicamente con il corpo, in quanto il linguaggio si comporta come se potesse vedere le cose da ogni lato, in una sorta di preveggenza perpendicolare; e la parola è una vista affrancata dalle tentazioni del vedere; il letterato scoperchia i tetti usando il suo sguardo hoffmanniano in una visione assoluta; e allora solo sarà in regola. Perché dovrebbe scegliere tra la parola e la vista; una scelta davvero ingiusta dividere ciò che si vede e quello che si scrive: e usa le parole del percorso, dimenticandosi le fermate. Tutto qui; e poi quando mai una scrittura svela davvero le parole. Anzi il più delle volte le copre di più e pericolosamente, in una sua fatale metamorfosi, appunto.

     Non vedere altro “oggetto” al di là della cerchia soggettiva, è la forza della poesia; altrimenti si fa  politica. "Il tempo perduto" qui è dato sempre dal presente che racchiude l’avvenire, contro ogni avvenire costretto da un presente programmato; la realtà dispone di profondità solo attraverso le immagini, e si dispera di raggiungerle non utilizzando le dosi dell'ansia catalogatrice; riordinare il mondo si può soltanto sulla carta.

     Ma chi ne darà più notizia, ormai?

     Dice Vittorini: “siamo politici anche noi, ma non abbiamo mai avuto sufficiente coraggio per dirlo ai politici di mestiere”; e, com'è per la politica che funzionasse, compito dello scrittore è produrre nuove condizioni nella realtà, intesa come inerte stato di cose. Fermentarla in un ordine e verifiche ogni volta nuove, inedite. Lievitare quanto prema sotto la superficie; attraverso la lingua dire altro. Poesia è la lingua in una evidenza partecipe; travestimento di parole: delirio neologico; in una patologia lessicale istaura una parodia abilmente sintattica: ogni volta per assaggi, proseguendo la pantomima senza posa; storia dell'uomo attraverso ì suoi mille miti, reinventandoli, scoprendoli e al tempo stesso restandone catturati. La scrittura non è solo scrivere, se a scriverla ci si mette alla caccia di tutti i fonemi liberi, non legati ai concetti, storie, ideologie; la parola divenendola materia prima, libera da ogni aprioristica interpretazione. Parola litigiosa in un certo senso, che susciti paure primordiali per come viene riscoperta; il rito della letteratura ha l'orgoglio di riqualificare il reale. Linguaggio puro, senza occasioni, né storie. Come il colore puro. Non deve essere affatto interpretata; senza sentenze, né chiavi interpretative. Totale, indifesa, abbandonata al lettore, che potrà avvalersene per i suoi fini peggiori. Deve esistere, non nobilitare. Un fare non corrotto dal dire. In poesia non valgono le ambizioni; la sola sorte la detta la materia forzata nel corso dagli strumenti d'una arrogante pazienza, alla ricerca del possibile punto d'ebollizione; o di congelamento, fa lo stesso; purché resti una volta per tutte la scaglia del diverso, non immaginabile un istante prima; vertigine del reale verificato ad ogni istante con la forza più menzognera e metamorfica.

      Nel ruolo sperimentale dell'immaginazione, il poetare non può essere che un organismo linguistico in procedimenti che stupiscano ogni volta chi li adatta, e ciascun poeta deve scovare la propria macchina verbale in un tragitto naturale che sarà il suo stile, dove perizia e capacità devono coadiuvare il lavoro.

     Emozioni e giudizi devono semmai apparirvi imprecisi, irrisi, ambigui, dissennati, senza il verisimile che non venga irrorato dall'improbabile dissidente.

     In ogni giusta poesia, è tutta la lingua con tutto il suo bello e impossibile, svolgendolo semplicemente, venendo frequentata; come        il chimico con   le provette. Comprime l’inesprimibile, introduce il dubbio nella logica; conta sugli scopi della forma. sulle necessità del percorso; adduce pretesti e pretese fittizie, s'estrania dall'esatto e dal creduto giusto una volta per tutte. Il linguaggio è l'insieme di mezzi e di pezzi operosi, frequentando il vocabolario storicamente. L'autore deve esserne pervaso, altrimenti non farà poesia; utilizzerà uno scrivere di tutti. La scrittura come progetto si stacca dall'ordine; com'è per i quadri che non siano più descrizione, né finestre, né comodi strapuntini per viaggi più o meno confortevoli; l'unico viaggio possibile per la poesia è verso il turbamento del lettore, mantenendolo sulla corda dell'incerto che lo seppellirà ad ogni  nuova lettura e approccio essenziale. La poesia sta in questo dire speciale, perché il lettore possa farci la sua di poesia.

     Allora l'avanguardia è un vaccino contro il logoro stabilizzatosi, per una libertà anarchica fluttuante sotto la pelle dei “valori”. Il limite d'ogni poesia sta nelle istruzioni per il suo uso; rischio e sbaraglio, invece, nella più cocciuta e spietata delle organizzazioni. In caso contrario diventa mercenaria.

     Appena l’avanguardia si da uno scopo, una linea, muore, successe a Marinetti con la politica internazionalista; al surrealismo col P.C.F.

     Inoltre l'urlo vitale non può essere lungo, né compiaciuto; nel farlo ci vuole mordente,necessità intrinseca, stato d'incandescenza e di grazia, predisposizione; non si possono ripetere simili urla in continuazione; per quanto agghiaccianti, non inquietano più, subentra l’assuefazione e il patetico e nell’emulazione, il potere.

     Non scrivere per narcisismo; per interrogarsi, semmai; senza un programma, ma con attività metodica, penetrando nel reale, quale mero pretesto “filmico”, da appropriarsene a piena pagina; la poesia è ancora possibile, in quanto il mondo non è ancora finito; non è stato fatto del tutto e la letteratura ha la massima responsabilità nell’impresa di consegnarcelo continuamente rinnovato: altroché la demagogia del politico indicato da Vittorini ne “Le due tensioni”.  È il poeta  a ricostruirlo di continuo, azzardandone le regole di funzionamento. Così la scrittura diviene simulacro d’un esistente scomposto; una nuova qualità di reale, altrimenti inesistente e invisibile un momento prima; e la nuova realtà a questo punto non è più un oggetto, ma una tecnica costruttiva che mostra il suo modo d'impiego nella creazione poetica; l'essenza della poesia è il suo procedimento; sta nell’attività che la produce; è il modo come vengono impiegati i materiali prescelti: tagliare, cucire; ma come tagliare e come ricucire? Con quali e quante cancellature per giungere alla nuova favola? Che lo scrittore in ogni caso non potrà mai sapere se è vera, pur utilizzando una mente infantile; parafrasando una massima che è stata di Kipling.

     L'opera valida è ciò che si può tirar fuori di nuovo dall'inerte preesistente; dal caso che scorre; dall'usuale sempre sotto i nostri occhi, utilizzando una fantasia spregiudicata, contro il monotono e

dal continuamente immutabile. Si tratta d'una attenzione speciale per ciò che vige, ci circonda e succede, accanto; ma anche dentro di noi, registrandolo attraverso una energia dotata d'una spina costantemente inserita: opere come quelle di D'Arzo, per esempio; documenti autentici e necessari che, presentati da Attilio Bertolucci e da Roberto Longhi nell'ambito del più prestigioso premio letterario italiano, riscosse i soli voti dei due suoi ingenui e coraggiosi presentatori; opere che intanto restano un tessuto connettivo indispensabile per il rinnovarsi d'una letteratura autentica; che in pratica sembra, per essere tale, debba mantenersi inedita e in ogni caso priva di echi e di lettori; per dirla con una frase attinta appunto da "Essi pensano ad altro" del citato scrittore: “in un indefinibile, singolare simmetria che arriva subito al cuore, o press'a poco, senza riuscire a dire niente agli occhi".

     Libri che rimangono, vien fatto di dire; e taluni ne abbiamo citati, a consolazione della loro defilata esistenza; ma per chi rimangono e dove reperirli in caso? E qui ci viene da fare una modesta proposta: un editore d'oggi, piccolo, medio, grande che sia, magari allo scopo sostenuto da un budget del ministero per i beni culturali, che s'impegnasse a ristampare e a stampare ex novo quei testi di qualità irreprensibile, che il tempo ha travolto e la disattenzione colpevole imperversante trascura, non avrebbe, se non un successo strepitoso, un rientro costante, insieme alla gratitudine dei lettori sensibili, e quella dei repertori scolastici e critici qualificati? E se l’impresa non funzionasse neppure come fiore all'occhiello, i risvolti delle giacche disponibili essendo già gravidi di effimere paccottiglie, perché non se ne incarica lo stesso ministero, che già stampa riviste, licenzia convegni, promuove letture, sostiene biblioteche in rivoli finanziari ingentissimi; senza citare gli sprechi per il cinema e i teatri lirici; l'impresa comporterebbe pochi soldi all'anno. per avere nel tempo una collezione di testi invidiabili; cui attingerebbero scuole, biblioteche centrali e periferiche, Istituti situati all'estero; quanto le sigle editoriali straniere, per una promozione finalmente intelligente e diretta dei nostri autori migliori; e non più da sagrestia.

     In un mondo in cui anche, i paesi più distanti e un tempo ritenuti fantastici si sono cristallizzati in cartoline tra loro identiche, dove anche le loro monumentalità precipue, si sono appiattite in una vendita a corpo, la poesia permette di viaggiare senza delusioni, quando vale, e di strapparci le tentazioni futili per quelle di solo raccoglimento: uniche, nostre, indissolubili. In essa non troveremmo cartelli pubblicitari, fast food e non saremmo distrutti da ritardi, piagati da scioperi, beffati da servizi inadeguati e non corrispondenti ai nostri impegni e sacrifici. In poesia possiamo viaggiare privi di oneri e di delusioni, al riparo dalle truffe, se solo la si sappia scegliere; cosa che neppure la più quotata agenzia turistica ci potrà mai assicurare. E quante emozioni dà con niente, ad ogni rilettura avendone delle altre, e sapendone di più di cose; di quelle uniche, del tipo che non troveremo mai nei supermarket. Inoltre placa tanti disagi d'ordine quotidiano e generale; può renderci soddisfatti nelle peggiori condizioni e ci si domanda come mai se questo campionario di privilegi è vero, sia così osteggiata e così poco letta: sapendolo benissimo: intanto perché è molto raro che sia buona, del tipo che sarebbe necessario al miracolo; quindi vige l’offerte disincentivate dalla piazza, che  ha sempre allontanato dalla pagina. Infine ci sono i trucchi che millantano per poesia l'accozzaglia delle rime vibrate attraverso i palchi e gli amplificatori, radunando nello spirito d’appartenenza  le sconfitte individuali, i moti della fantasia, i valori del raccoglimento e del silenzio, senza i quali non si potrà mai avere né leggere poesia: riprova questa di quanto la parola strillata sia una scorciatoia per il nulla; e per non sentirsi soli, mai per sentirsi se stessi. Chi non ama star solo non amerà mai la poesia, intesa come scoperta di        sé; la poesia sorprende senza spargimenti di sangue, ma solo d’idee, d’immaginazione, di metafore, raccontandoci chi siamo al di là del bene e del male, radici e tutto. Sorprendere è il suo mestiere, recarci in luoghi d’ogni giorno come li vedessimo la prima volta, facendoli rinascere in uno struggente significato inedito; la poesia ci fa toccare le falde dell'abisso, senza darci la morte, ma solo l'emozione di questa, ancora seguitando a vivere e vivendo molto meglio.

     A chi legge poesia questa balza subito agli occhi, appena ad apertura di pagina e poi la si porta dietro nella giornata e se ne percepisce le scansioni, le parabole, i fumi, in un agguato che sembra venirci ogni volta addosso, alle volte esaltandoci, talvolta sconfortandoci, spesso stremandoci, per come sono perentori i suoi colpi e molteplici le sue occasioni disseminate da quando si aprissero gli occhi; e non solo per leggere, ma proprio per vivere qualsiasi azione, una volta inebriati dai suo virus inestricabile.

     Dare vita alle cose che non ne hanno; corpo a sentimenti; che altrimenti girano fastidiosamente in circolo, turbandoci indignitosamente, senza un centro esplicativo; rendere la nebbia del mattino una ferma immagine verbale, sempre ripercorribile a ogni bruma del nostro animo turbato, è uno degli infiniti scopi della poesia; e non ci pare che sia poco; eppure a questo ingente patrimonio di riferimenti. che solo a saperli percorrere e rileggere con le maniere che sono state di chi ne abbia fermato le interpunzioni, quanti conflitti vengono accesi, ostracismi imposti, trappole disseminate;

quando a evidenziarlo non toglierebbe fiato a nessuno,anzi l’accrescerebbe.

     Se, almeno a sentire Shaw, Platone fu il drammaturgo che inventò Socrate e i cosiddetti quattro evangelisti quelli che inventarono il Cristo, non sarà la poesia a prevenire i dubbi che ci assediano, concretizzandoci fantasmi forse indimostrabili, ma che di volta in volta strutturano il nostro altrimenti irreversibile fallimento? Lo stesso Shaw del resto aggiungeva a chi gli chiedeva se lo Spirito Santo avesse dettato la Bibbia, che codesto Spirito, santo non per         altri motivi, aveva creato non solo la Bibbia, ma tutti i possibili libri: l'acqua va avanti. spinta dalla retrovia, ma non è mai la stessa, pur essendo indispensabile alla vita.

     Le parole mutano; chi le usa giornalmente è accorto nello sceglierle in modo che non avvengano ripetizioni; ma si illude, la sua cultura finirà per dettargli le medesime cose, per quanto risalga alle origini.

     È vergognoso avere così poche parole per un percorso che alle volte sembra talmente imponente; ma non è vero; di parole ce ne sono e saranno sempre molte di più del necessario, basta averne la sensibilità. spostarle di un ette; sono le idee, piuttosto, che alle volte rendendosi ossessive, castrano i peduncoli al linguaggio, rendendolo latente.

     La percezione è sempre illusionistica e il limite d'ogni linguaggio è il suo compiacimento; affezionarcisi fino a non avvedersi più della trama, non è sano.

     Quanti errori si fanno e quanta pazienza deve essere impiegata a superare l'inerzia che ci ha fatto scendere dal pennino bave approssimative, per la fedeltà che portiamo a taluni vocaboli e modi d' esprimerci: veri e propri orrendi intercalari, né più né meno. E quanta attenzione allora nel rileggere e che coraggio nel dar di cesoia, potando, congelando, resecando, amputando le facilità e le scorciatoie impiegate.

     Ci sono figure in psicologia o in quei test d'apprendimento e d'abilità ottica, che viste secondo un riferimento ci appaiono in una maniera, cambiando punto di vista vedendo ben altro: lavorare su uno scritto richiede il medesimo impegno "pilotato": cosa si vuole? Cos'è che vogliamo vedere? E allora rileggere, rileggere, per capire la figura giusta che sistemi l’immagine daccapo, che si abbia da qualche parte ancora incerta: la chiarezza viene sempre dal fare, continuando senza le preclusioni del momento e sordi alle attrattive del viaggio: è la meta, al solito ottusa, indistinta, non spiegabile, cui bisogna mirare; non fissandola però ad occhio nudo, a cuore aperto, praticandola allo scoperto.

Non esiste nemico peggiore dell'errore occasionale, deciso per giusto; non se ne esce; bisogna affrontarlo con affetto innocente; il suo aspetto non deve commuoverci né irretirci. Bisogna perderne i connotati, per riconquistare la fisionomia più calzante e credibile ai fini della scossa imperativa, tralasciando la carezza suadente.

     Vale la pena aggirarci in tutto questo, mentre fuori di qui e da tutti i nostri anni oramai, splende il sole, si muove il mare, prosperano le donne, possono trovarsi le amicizie, esistono oggetti e luoghi d'una bellezza irripetibili che quasi sicuramente ormai non potremo più frequentare?

     Tanto più che abbiamo solo questo segmento residuo di vita e che sarebbe ora di fare delle scelte; eppure queste continuano a farci restare chiusi e seduti, cocciutamente rinunciatari d'ogni dolcezza che non sia letteraria: perché? Ma perché tutto il descritto che non potremo godere, con la letteratura viene moltiplicato vertiginosamente, d'un singolo bene facendocene molti e per di più alla portata, senza ingaggiare lotte e competizioni, al riparo da ogni conseguente logorio; e non è cosa da poco.

     Le donne una volta in una poesia non invecchiano, almeno che la bellezza loro si decida che risieda proprio in questo: sono a di presso quante se ne vuole, a getto continuo e immutabili nel tempo, pur rinnovandosi a ogni lettura, essendo state perfette nel costruircele. E così solo la poesia può permettercele: una bella comodità, un vantaggio non da poco, bisogna ammetterlo.

     Un giro di frase, una nuova lettura e cambiano, irte nel caleidoscopio nello stile che ci siamo assicurato e che non è soggetto a pensionamenti né a logorio. Anzi, con gli anni fanno la storia della nostra poesia; un filo molto antico e resistente che s’agita in una profonda passione, infissa nel primo turbamento del mondo; quello che secondo Dante: “…piovve dentro a l’alta fantasia”.   

     La scrittura a ben vedere nel segmento di coscienza che siamo soliti chiamare vita, non è altro che la torpida anticamera della sconfitta collettiva; reca la inadeguatezza di quasi tutto, salvo ad essere strumento cosciente di ciò che siamo e vorremmo, possiamo e pretenderemmo, in un annaspare contro il vetro, incaponiti come altrettante mosche disperatissime; è la letteratura, altroché un affetto, un'amicizia, un investimento qualsiasi d’energie, tempo e denaro che offre di queste paurose scansioni; ed essa, a frequentarla di necessità e virtù, è sproporzionata fino al suicidio (un gesto che ne corona così spesso il gap, anche quando poi, e soprattutto, non venga effettuato).

     E' la distanza tra la dedizione e la resa che pesa senza senso, come per tutti gli atti di questo marcescente tratto di esserci; è una sorta di macchina impersonale, ma esattissima quanto un bilancino d'orafo; sensibile al decimo di grammo, indice d'ogni operosità il meritorio corrispettivo;

che capovolgimento se la dose avesse funzionato fin dall'origine del "sapiens": che ben altra storia del mondo.

     II linguaggio sempre lo si insegue a seconda delle strazianti infelicità di ciascuno, in un tentoni scontento  per qualsiasi virgola scesa in campo, senza mai schemi e note fisse, colori da tubetto, ed è terribile portare in noi questo potenziale ogni volta informe di parole che premono per un deliberato cupo, indocile, senza regole esterne, che non convengono mai, anche ad amarle: anzi allora finiscono per tradire, fuorviare, uccidere l'invenzione di se stesse, scontrosa e imprevedibile com'è la vita stessa di ogni giorno, fastidiosa nonostante la si continui a frequentare; per che cosa? Per vedere come va a finire? No di certo, sapendolo giudiziosamente benissimo; semmai per la spinta insondabile di quei piccoli tratti che distraggono da tanto magone privo d'illusione; che se per la vita è il quotidiano d'un sentimento, impegno, plico postale, acquisto demenziale, vista la fine di tutto, per la poesia è una cadenza, un aggettivo, un’immagine, un incastro, che ci smemora incubi appena sofferti, delusioni tutt'ora cocenti e ricorrenti. Dire tutto con la somma naturalezza, facendo credibile l'impossibile, al punto che non possa più essere mutato: che premio spropositato alla rarefazione di tutto il nostro essere per giungevi. Eppure siamo al mondo in quanto abbiamo questo linguaggio; e capacità di rappresentarci in esso. La poesia è più veloce della realtà, perché questa proprio la scavalca, non la considera, scardinandola attraverso uno spunto che ad andarlo ad analizzare si finisce per scovarci ben altro; è il volto scempiato de “L’uomo che ride” e quali cimiteri terrestri e marini giacciono sotto gli olocausti poetici, che nessun critico, anche volendolo, potrà mai riesumare; oggi poi che ogni "operatore'' passa alla cassa a fine mese per riscuotere soldo più o meno palese, occulto, sostanzioso, puerile, risibile dall'omologato cui ha venduto le proprie gesta e senso di se stesso.

     Per ammettere il senso misterioso della poesia basterebbe considerare come questa, ignara di regole matematiche, parli, poniamo della luna, simbolo ogni volta zuppo d'altro, rispetto a un astronomo, dottissimo sulle sue funzioni; e gli eroi di Omero, per quanto abili nell'uso delle armi e nel guidare i cavalli, conoscendone esattamente i finimenti, hanno dovuto attendere il poeta per tenderle al meglio in codesta loro attività d'uso e consumo comune, pur sapendone molto di più del poeta, si presume, su come impugnarle: è perché chi sogna di giorno, per dirla con Poe, meglio e più cose sa rispetto a chi si limita a sognare quando dorme. Tanto è vero che fin dalla caccia per sopravvivere usando le sole mani, tutto se si è sempre perfezionato tecnologicamente, la poesia, nei suoi mezzi e rese è sempre rimasta immutabile, come ogni cosa che valga davvero; sia pure attraverso ogni avvenuta metamorfosi.

    Può succedere che proprio nei paesi a più alta concentrazione industriale e dunque più distratti, scontenti, avviliti spiritualmente, si abbiano rigurgiti di richieste poetiche: festival, letture, incontri, spazi; ma a ben vedere sono gli spilli che trafiggono le farfalle a morte, la faccenda restando circoscritta in una vetrina e in un erbario, non esulando dal sistema che continua imperterrito ancora impunemente e senza sensi di colpa; sospetto che le letture e le cattedre di poesia, che guarda caso mobilitano e privilegiano solo coloro che già siano dei mobilitati e privilegiati nel loro campo, peggiorino addirittura l'insensibilità sociale, restando eccezioni circoscritte a cantieri di facciata e da sovvenzione controllata, la vita intanto proseguendo lo scempio del tritatutto dovunque ci si rivolga; l’enigma dell’universo non sarà mai dietro l'angolo, fin quando le circostanze della bellezza non saranno in ciascuno, che frequenti un supermercato o una spiaggia di lusso.

     Esistere attraverso la scrittura è un po’ come rifarsi all’adagio orientale secondo il quale per colpire un bersaglio, non lo si deve mirare, esistendo la traiettoria, il tempo, l'atmosfera stessa, la luce: insomma una somma d’imponderabili perseguibili; e nella scrittura poetica è la stessa cosa; se lo scopo è raggiungere il bersaglio dovuto al turbamento da comunicare. Croce a chi gli obiettava che taluni poeti non conoscevano i nomi degli uccelli, rispondeva: “infine non sono dei cacciatori”; il poeta escogita, non cataloga la realtà così come esiste e consiste davvero; la travalica e travasa nella parola per dirla ogni volta a misura del suo imponderabile linguaggio: deve procedere, andare avanti, ogni volta sul baratro che minaccia e dal quale non ci sono scuse per sottrarvicisi; o non funzionerebbe un bel niente. La paura e la felicità dello scrivere vanno a braccetto sempre o si è perduti; sta a contraddistinguere lo spazio che intercorre tra il silenzio e l’azione; la poesia è in questo colmarlo coi materiali più vari, subito da superare, ogni risultato cancellandone i possibili altri; non può darsi travestimento; la reazione della parola si fa subito trucco banale.

     Né resta vero che  bisogna odiarla la realtà, per riscattarsene poeticamente; semmai la si deve  avvertire come bene perduto, fantasia incolmabile, misura inopportuna, frangia incongrua che una presunzione dettata solo dall'ardire che viene dall'uso d'un vocabolario che ancora non c'é e che ogni volta lo si adopera a tentoni, illude a sistemare, ricostruire, rendere se non adatta, perlomeno inedita, rispetto al soffocante inerte che ci è stato dato alla nascita    all'apertura degli occhi.

     Pure bisogna dire che la letteratura dia qualche compenso, al di là dei possibili, rarissimi incidenti che ne premiano materialmente il praticante; o costui come potrebbe proseguire un così estenuante percorso privo di scopo, di stima, di beni e buoni sentimenti; un compenso curioso e specialmente ironico, come si addice appunto a questo universo tanto osteggiato: l'isolamento; l'asocialità sua infatti crea un intimo percorso così stretto e indissolubile con la biologia del quotidiano, che dal proseguirla dipendono in definitiva tutte le risorse: che chi la pratica possa e voglia sfruttare al di fuori e dentro di essa; ne è come incapsulato, intubato, e viene nutrito così, suo malgrado; anche deprecandola, rieccola: fantasma indissolubile di Banco.

     La coscienza attraverso il tempo e l'eredità del linguaggio ha creato nell'uomo un angolo scuro, più o meno ingarbugliato, penoso, ostile, fatto di tutte le inquietudini personali e collettive; la poesia con il suo bandolo a segmenti, questo ganglo non lo dissolve, anzi sembra lo ispessisca, recando nuovi corsi, moltiplicandone le facce, ma nominandole, numerandone le gallerie, disseminandole di flash, al momento come altrettanti grembi primordiali che dibattono il processo, pur non svelando mai l’enigma; che s'accanisce anzi a fondere i conflitti.

     Si tratta di rappresentare l'oscuro, perché il palcoscenico mostri che il velo non cada e dissolva l'istante, pur sapendone la finzione e la maschera inafferrabile che simula e manovra 1'artificio. Scriveva Pessoa che in poesia, come forse nella stessa vita, a guardar bene, vince chi non riesce mai. Che vuol dire? Non è un controsenso? No, se consideriamo a cosa ci si riferisce generalmente quando si parla di riuscire: successo, denaro, riconoscimenti: apparenze dovute quante volte a un fraintendimento commerciale e di mercato: che sia per la bellezza d'una donna, quanto per la notorietà d'uno scrittore; non riuscire allora sta per la protezione che ne deriva da ogni distratta mistura, preservandoci il raccoglimento necessario all'unico fattore che conta: se stesso irripetibile, tutto il resto non valendo la pena per quel plurale e universale che con niente può essere contrabbandato. Ma non parliamo di missione, per carità e neppure di destino, anche se poi può esserci di tutto, ma piuttosto di modo di essere indissolubile a una fedeltà davvero cieca: altroché quella richiesta e frequentata nei vincoli d'un ruolo, con troppa facilità tradita e barattata si tratta d'una fedeltà a se stessi, nel percepito più intimo, che supera l’intimità più gelosa; quale sguardo cieco su tutto il resto per poter scrutare certi angoli oscuri: allora sono le piccole cose a parlare, cancellando le più vistose, quelle di tutti per il solo gusto di cancellare anche se stesso, scrivendone. Allora può succedere d’avvertire più spessori attraverso quell'unica parola così ostile nell'essersi decisa a comparire, ed è questo lo stile: come appare sulla scena l'intero grumo appartato per troppo tempo e che sembrava impossibile un vocabolo potesse definire. Ciò che è buono possiede questo spessore plurimo, un modo di dire a più stadi, mai piatto, né definito una volta per tutte e immobile una volta affrontato. Ogni sentimento e stato d’animo lo si vive generalmente muto, al punto che quando lo si manifesta all'interessato quasi sempre sarebbe stato meglio non avessimo aperto bocca, risultando o pericoloso o approssimativo, incongruo comunque alla carica che lo traina: solo la poesia resta capace di farlo parlare; le pene che non sappiamo esprimere restano indigeste, avvelenano, ritornando ad opprimerci,irrisolte, indistinte, feroci; ma a riuscire a dar loro uno stile, una forma unica e adeguata a ciò che rappresentano è una espressione calzante alla pressione che ce le comprime avvelenandoci, allora è come venissero al mondo, nascendo stavolta anche noi insieme a loro: si tratta del nostro parto felice; quello che nessuna gestazione biologica potrà mai uguagliare.

     Diamo della stima al poeta, a questo dipendente della lingua, a questo notaio della sensibilità umana, a questo effimero campione d'un lavoro ingrato, improduttivo, misconosciuto, atroce che non ha scampo, perché i giovani l’abbiano uno scampo al di là del nulla che li sta risucchiando tra cellulari beceri e video da rapina, giochi oppiacei, locali lobotomici.

     Con la sovvenzione a un solo filmaccio da sfascio si possono stampare migliaia d'autori, che altrimenti resteranno inediti fino a morirne, con quale spregio per la società e spreco di vibrazioni. Rispettiamo innanzitutto la lingua che ci fa individui, senza la quale saremmo ancora selvaggi tra i grugniti; è la poesia ad averla affinata attraverso poeti delle varie epoche e dei più diversi paesi; basta appiattirla; il suo gradino è già talmente basso per un analfabetismo di ritorno anche a livello della popolazione laureata, che fior di giornalisti e presentatori storpiano le coniugazioni oramai, straziano le pronunce e la fanno franca sui verbi che inaugurano a loro uso e consumo.