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                                                       LA DIMORA DELL’UOMO

 

                                                                                                   Non è cambiato cielo
                                                                                                   che non cambi animo (Orazio)

      L’uomo, a differenza degli altri animali, che vivono paghi semplicemente d’essere autentici, è alla continua ricerca d’una dimora fittizia e convenzionale, che spesso edifica e abita a prezzo e a spese degli altri suoi simili. Una dimora che gli rechi l’illusione di proteggerlo e tranquillizzarlo a proposito delle sue molteplici precarietà psicofisiche e delle umiliazioni e offese che giornalmente subisce a cagione della sua lebbrosa coscienza. E più simili coinvolge e sfrutta nella edificazione di questa sua patetica “dimora”, più sembra apparire rassicurato, stagliandosi sugli altri con una maggiore “protezione”da vantare e esibire.

    Le “dimore” che la storia della nostra cultura ci ha apparecchiato attraverso secoli di competitivi massacri, nell’illusione di lenire e rimuovere le umane disperazioni sono molteplici,ma assai di rado l’uomo frequenta quelle giuste del rispetto e della sincerità in un lavoro condotto con umile collaborazione, preferendo invece quasi sempre quelle assai più rozze e ben più illusorie del denaro, del possesso e del comando, della divisa, dell’incarico e del ruolo, intesi come stordimento e sopraffazione, costi quello che costi, millantandovi meriti con arroganze, ricatti e terrorismo.

   Peraltro anche queste più rozze “dimore” potrebbero ancora essere utili alla società, qualora venissero frequentate come servizio pubblico (una leadership illuminata, se gratifica il suo portatore, può anche salvare situazioni difficili, mentre un capitale posto a servizio dei più, può restare meritevole e benvenuto), mentre la meschina “dimora” mostra tutti i suoi limiti egoistici quando viene abitata semplicemente per sopraffare e come arma nei confronti degli altri, ricreando la spirale delle umiliazioni e delle offese.

   Queste “moralità” per sottolineare come la scrittura, intesa come stimolo a rivisitare quanto ci circonda attraverso una sensibilità nuova, possa distinguersi come salutare dimora esente da virgolette, purché non si ponga, come invece così spesso succede, al servizio di mestatori, facendosi mestatrice d’interessi settoriali, anziché di quelli della letteratura: e basterebbe a questo riguardo analizzare come avvengono le scelte e i palinsesti delle pagine culturali nel nostro paese: a stampa e radiotelevisive.

   Negli avari, residui giardinetti fatti salvi dalla giungla demenziale degli spettacoli, dello sport inteso come interessi finanziari, della moda come comportamento coatto e della salute quale ricatto e ostracismo, la cultura è preda degli uffici stampa e delle alchimie collaborative ben orchestrate mai occasionali, a dettato delle consulenze e scambi di favori, cosicché il responsabile della pagina, il critico ufficiale e il cliente dell’editore, vedrà recensito a più riprese il titolo in uscita; si amplificheranno dibattiti al peggiore offerente, pilotandoli come altrettante mosche sugli specchi; si creerà il caso sotto il più futile pretesto, restando assolutamente impermeabile l’autore di grande disciplina e di lavoro decennale, che non abbia alle spalle cointeressenze, sigle creditizie e che, quale merce, in ogni caso non possegga un potere contrattuale e di firma sulla piazza.

   Lo scrittore quando è tale, è invece chiamato a erigere dimore autentiche, perlustrando i più oscuri dedali dell’umana esistenza, ovunque si presentino e vengano proposti, creando della sempre nuova sensibilità, anziché incrementare uno sconcerto fattosi soffocante; ed è con grande amarezza che si testimonia l’operato di questi giullari e praticoni delle patrie lettere, dei quali è ormai saturo il nostro paese, ottusi e infingardi a ogni vera libertà critica e scrupolo analitico su ciò che pure pulsa al di là del loro steccato degenerativo; e ad essere coinvolti spesso sono anche scrittori di qualche trascorso merito, sfacciatamente disponibili a tutti i salti mortali del momento, in un ordine del morso e della beccata dai risultati debilitanti e sempre miserandi: in quanto posti in atto da quanti si stimano poeti e letterati.

   I nomi? No, non ce n’è proprio bisogno. Scomparsi i Vittorini, i Calvino, deflagrate le redazioni sotto i colpi d’un manageriale avvicendamento da circo equestre, oggi le responsabilità culturali non sono più di nessuno,in quanto non esiste più la cultura e le uccisioni rituali delle energie di chi ancora persegua la scrittura non deperibile, si numerano giornaliere, con buona pace dei sopravvissuti, sempre al tappeto e emarginati sotto le raffiche dei titoli vili. Mai come oggi l’intrattenimento corrivo ha soffocato il merito d’ogni vibrante progetto; e a percorrere le giustificazioni addotte per un massacro tanto lesivo per la scrittura c’è da disperare.Sfrigolano sempre più numerosi sulla bistecchiera editoriale prontuari renitenti ogni possibile domanda sul divenire dell’uomo e della sua scrittura: quella adeguata a ben comprendere un destino meno afflitto da intimidazioni di minimalista pinguedine, e dopo le invettive da parte delle formiche e saggetti sfiniti circa il come sia meglio denigrarsi, è ora la volta d’un insegnante di scuola media della Normandia, tale Delerm, che ha avuto l’illuminazione di confidare alle greggi d’Oltralpe, e ora anche a quelle in pascolo lungo la Penisola (“La prima sorsata di birra” Frassinelli ’98), certe sue più che elementari, e dunque preziosissime intuizioni su come salvarsi la vita assolutamente a buon mercato; nell’ordine: 1)godendosi un coltello nella tasca; 2)acquistando una confezione di paste, fiocchetto ordito per il dito a sostegno, compreso; 3)svellendo piselli dai loro baccelli, quando pervenisse la stagione; 4)gustando un Porto tra i profumi di mele, avendo precedentemente assunto un croissant; 5)applicandosi un inalatore, senza specificare il medicamento adoperato; 6)mangiar more colte lungo i bordi d’una autostrada dove sia appena transitato il Tour, magari il sabato sera, usciti da una discoteca. E lo sciocchezzaio prosegue implacabile nelle esemplificazioni anodine, tanto psicologismo digestivo avendo ricevuto il viatico debordante d’un Pivot: “scrivessero tutti come Delerm, la letteratura sarebbe salva; eguagliandolo a un Ponge, a un Perec; un piccolo Calvino, insomma, emendato da ogni complicazione combinatoria. Come non sospettare allora che sotto questo “Primo sorso”, che non sarà l’ultimo, si stenda l’ala pigliatutto d’una “new age” macinatrice di denaro sonante, tramite bordate d’un buonismo falsamente cinico, in un bonsai edificante, per un “embrassons nous” mantenuto a furia di calcio-pallone, avvalendosi d’uno splendore da lumini a morto, nell’indicarci valori che più minuscoli non possono darsi. Ed ecco il sospetto che a raggiungere tanti lettori con uno sciocchezzaio simile, giochi un miserabile spirito d’appartenenza, atto a scaldare a strati di letame: quando l’uomo si compiace d’un “patrimonio” così morto, con le sue stesse mani sta sigillandosi il catafalco. Del resto tanta massificazione distruttiva la suffraga lo stesso Delerm, elettosi a Proust dei poveri (di spirito, certo), dal pulpito della stampa più ruffiana dichiarando l’amore che ha per la gente normale, che chiede conferme ai modelli che giornalmente vive e che la manterranno infimo insetto.

   La letteratura infastidisce; reca spiacevoli, insopportabili sensi di colpa al lucratismo editoriale, forte dell’alibi riferito a un popolo che non leggerebbe, se non dei Delerm. E’ indicativo a riguardo l’episodio dell’”Horcynus” di D’Arrigo. Uscito dopo decenni di lavoro sostenuto in anomalia da un patron vecchio stile, nell’ambito di una situazione ancora non compromessa dal nuovo corso redazionale, una volta nelle librerie è stato oggetto d’emarginazioni critiche a dir poco indecorose. Un vero panico dinanzi a un lavoro che nessuno dei “professionisti della penna” avrebbe mai potuto solo concepire. Ecco a cosa ci si deve riferire a cercare le cause d’un popolo che non legge: l’attenzione recata ai risultati mondani e di classifica fittizia, allineata ai quiz televisivi; sindrome d’una impotenza culturale irriguardosa. Illustri firme della critica hanno linciato D’Arrigo, pur confessando di non averlo potuto (o saputo?) leggere tutto, sopraffatti da un impegno sproporzionato alla “mercede” che ne sarebbe derivata a comprenderlo. Se sono tali le carenze degli storpi lettori di professione, c’è da stupirsi per quelle lamentate nei lettori di massa?

   Il libro di D’Arrigo mostra ad apertura di pagina uno spessore e una carica letteraria esemplari, ma è rimasto un rischio subito rintuzzato; del resto corso per mero onore di firma, come per l’Ulisse joyciano, apparso presso la stessa Casa editrice qualche anno prima; ma potremmo aggiungere: per il Daumal, l’Hernàndez, lo Schulz, la sorte non è stata migliore. La nostra editoria, strutturata per accordi, gemellaggi, cointeressenze sempre più stretti, non può rischiare dove a rispondere siano poche migliaia di lettori, avendo inquinato il mercato attraverso un gusto delermiano che pompa centinaia di migliaia di copie. Le si può dare torto? Va bene! Ma allora non si professi ancora impresa culturale, ricordandole che tra i fattori d’ogni degno imprenditore è  doveroso appunto il rischio; nel caso della cultura rappresentato dalla ricerca espressiva, attraverso il linguaggio necessario a concretizzarla. E l’”Horcynus” è letteratura necessaria. Ossia coscienza verbale; specillo per sollecitare e porre alla prova; fiaba della vita, contro lo svago e l’intrattenimento avvilenti, per giungere a una ricchezza ancora nascosta del sé. Ed ecco perché la letteratura che innova è la prima ad essere soppressa; sopprimendo spesso anche il suo autore, attraverso autodistruzioni, più o meno direttamente provocate. Ho conosciuto D’Arrigo tanto da testimoniarne l’avvilimento insopportabile seguito alle risultanze del suo capolavoro, mentre il suicidio di Morselli resta esemplare a questo proposito. Potendosi concludere che se la dimora dell’uomo si fa sempre più un obitorio, quella dello scrittore sarà sempre più deprecabile.

   A riprova rileggiamoci quanto Domenico Porzio, dirigente dell’editrice più articolata non da oggi, e dunque insospettabile sotto il profilo dell’istanza ingenua, dichiarava addirittura nel dicembre del ’76 a Marialivia Serini parlando del suo umiliante mestiere: “Le sole idee che contano sono le formule di marketing e di organizzazione aziendale, mai idee di cultura, neppure spicciola; un buon manager legge le pagine economico-finanziarie, magari collaborandoci; se legge dei poeti e della scrittura inventiva ha la sensazione d’essere un vigilato. Un’idea è considerata controproducente ai fini del fatturato, la cui legge è sovrana; si producono così libri in prevalenza “saponetta”, che si consumano come bolle di sapone, profumate secondo la moda;   personaggi che urlano, ma che in quanto a vita interiore sono dei vegetali, neppure sfiorati dal sospetto che a smuovere la letteratura siano gli eretici: razza ormai sopraffatta da vili gregari”. Si potrà più tornare alla magia della scrittura, ai casi esemplari dei giovani europei suicidatisi dopo aver letto il “Werther”, se oggi a suicidarsi sono quei pochi scrittori soffocati da codesta ingratissima pasta? Civiltà dell’immagine, sproloquia; ma tra l’immagine e la parola scritta c’è una differenza incolmabile; la prima è conformista, perché non esige uno sforzo; è un’imbeccata sotto la scritta “applaudire”. La partecipazione della coscienza non vi è concepibile. La fatalità che incombe sulla parola scritta, quale dimora insostituibile è affidata alle scelte umane; ma quando all’uomo non si permettono più scelte tutto quanto attornia restando farcito di stordimenti superficiali e preconfezionati? Oggi la scrittura non ha critici, perché non viene più stampata, in un cerchio che riconduce solo all’industria vorace d’ogni rigo che venga proposto, sui supplementi del nulla; quanto nei repertori accademici, di norma redatti servendosi di quelli; ma chi volete che rilegga, non avendoli letti a suo tempo, anche avessero avuto la ventura d’essere stati stampati, i pochi testi di letteratura valida; che in questo modo avranno la sventura di non poter contare neppure su quel galantuomo che una volta veniva considerato il tempo. Così, in uno spreco solenne d’energie e di valori, un testo che abbia avuto la gestazione di una vita, e potremo qui tornare all’”Horcynus”, per esemplificazione di massima (sottintendendovi lo sparuto drappello di opere mortificate dai recensori in batteria), ove da costoro non avesse avuto credito di gazzetta, nei repertori e non parliamo dei sussidi scolastici, finirà come mai apparso, altroché dimora all’uomo sempre più disorientato, cresciuto in un mondo di reciproci inchini e di minuetti sberrettati, mai al servizio d’un lettore che non sia votato al mangime più squallido, eliminandone qualunque altro con metodica da sicario. Quale dimora è più possibile in questo Barnum dove non esiste più un giudizio negativo, la mancia in qualsiasi campo e disciplina non negandosi a nessuno. Salvo a costringere all’inedia l’eventuale, solo architetto individuabile. Nel ’67, in tempi ancora non del tutto degradati per le lettere, la Rai, più per firma che per onesta necessità, tramite un subito dopo soppresso ufficio per la sperimentazione guidato da Doglio, radunò una dozzina di scrittori esordienti in una settimana di “ritiro” imbonitorio, farcendoli di programmi ritenuti culturali, invitando i malcapitati alla collaborazione, presumendoli interessati. Furono inoltrate proposte, ma non una venne premiata con la produzione, nonostante lo specifico dell’ufficio aziendale: tugurio, questo, altroché dimora, a parlare di letteratura; al punto che è del ’72 un manifesto che invitò gli uomini di vera cultura a non collaborare con viale Mazzini, per arginarvi la corruzione, almeno culturalmente parlando. L’uomo potrà mai aspirare, editoria permettendo, a una dimora che gli aggiunga vita alla vita, scoprendo mondi che sfuggono,tramite la scrittura, migrazione dell’individuo nel grande teatro del mondo?