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                                             PER UNA PROTESI PERIODICA

 

 

                                                                       Imparare ad essere consapevolmente
                                                                       molti uomini, è tenerli tutti insieme.
                                                                                                            (Elias Canetti)

   

    Cari Bonura, Crovi,Isgrò, Pontiggia, Reale, Spatola,                                                           21-XI-’64

 

     per gli amici la neo (se ci sarà) rivista, dirò delle cose anche inesatte se in materia di tecnica e gusto poetico una esattezza poi esiste. Ma credo sia meglio dirle e che sia auspicabile vengano lette da quanti alla neo (se ci sarà) rivista, intendono collaborare. Dal canto mio sono pronto e ansioso di conoscere progetti e idee di tutta la baracca, editore compreso. Naturale che bisognerà incontrarci ma solo quando a mio avviso saranno pronti sulla carta alcuni numeri, e siano stati letti i relativi testi che vi compariranno da parte di tutta 1'èquipe. Prima mi sembra inutile, Quindi ciascuno metta fuori e partecipi la propria individualità, poi vederci sarà conseguente. Dice Vittorini (gli presto fede perché, a parte ogni altra considerazione, secondo me è passato attraverso uno choc come scrittore e il suo lungo silenzio mi dà la garanzia che lo choc sia stato a beneficio di una lucidità e chiarezza che pochi vantano oggi), che si deve scrivere quello che si può, pur sapendo di essere condannati, con la morte nel cuore, e mai essere ingenui e ottimisti perché la letteratura è svuotata di tanta importanza che una volta aveva (cito a memoria da un articolo sul Giorno di non so quale mercoledì); e allora il lavoro poetico è e deve essere il più duro per non finire nel consumo e nella consolazione: "lo scrittore deve scrivere con molta umiltà e con paura", questa frase me la ricordo bene. Il fatto è che rispetto a tante scienze, la poesia è rimasta indietro e non può mettersi subito a paro, perché innovare sensibilità non è facile, ci vogliono anni e anni di tentativi (ed è qui secondo me l'ottimo lavoro che fa, con tutti i suoi limiti, l'avanguardia: di rottura e saggio in un terreno che gli altri sanno genericamente da colonizzare), ed è un lavoro ingrato, ma che in ogni modo solo lo scrittore può fare: essere di ostacolo. Se vogliamo avere la possibilità di chiarirci comuni problemi,  dirò subito: si deve superare ogni distinzione tra il vero e il falso, vivendo d' ogni altra possibile distinzione.

     Nell' opera è da tenera presente la forma; il livello della forma è quello che conta; la struttura risulta dall'unità organica, per quanto nascosta nell'opera. I "pedali" possono essere l'ironia, il distacco, il cinismo, e tutto quanto serve a demistificare lo psicologismo fine a se stesso dello scomparto personale. Badare a non seguire una poetica, comune ad altri, a un gruppo o personalmente intesa come tale (ed è per questo che dico non riconosciamoci mai simili o si è fregati in partenza e ricordiamoci che lo stesso Gruppo '63 ha riconosciuto apertamente che c'è una poetica per ciascun suo componente); non badare a poetiche, allora, ma alla poesia, non star dietro a formule, ma a forme; in ogni scritto non deve essere possibile la riedizione, e non ricalchi qualcosa di letto, orecchiato, ascoltato; altrimenti si avrebbe del talento ma non poesia; ogni volta tutto da capo quanto si abbia ottenuto, e chi legge deve avere da questa irrequietezza lo scatto emozionale; l'idea scritta deve nascere e maturare appunto da questi continui assilli e tentativi aggressivi di cui è capace chi scrive. Internamente a questa modo di affrontare il linguaggio, ogni volta nasceranno casomai nuove strutture sempre interne al materiale stesso, con dei campioni o schermi da frapporre in partenza alla lingua che si vuole adoperare; congestione linguistica quindi sempre presente, e tagliare appena questa venga a mancare.

     Niente atmosfera o immagini estetizzanti, anche il naturalismo e lo stesso "realismo magico" è pericoloso, perché intercambiabile con quanto già detto e ridetto; e allora ci si trova ad avere le mani sempre nella stessa pasta.

     Punti direzionali nella poesia restano una continua attenzione per costruire le volute e l'intrigo del linguaggio.

     Spietati, viziosi, salaci,  iracondi, insofferenti moti dell'animo per ricreare la lingua in un neo- espressionismo, e portarlo ogni volta ad uno stadio ultimo di ferrigna invenzione verbale, usando parole che rechino nuovi significati da un loro forzato accoppiamento; e poi servirsene intenzionalmente del linguaggio comune, del gergo; il prodotto comunque sempre teso in un procedimento a mosaico, con moduli ricorrenti. Invenzioni, immagini che tirino su l'inerzia della costruzione; non è l'autore che parla nel pezzo, ma il pezzo stesso `'che si fa", mentre si sta facendo; è altrimenti l'oratoria di se stesso; ogni nuovo lavoro, é un lavoro diverso come sistema costruttivo; alla cultura non interessano le ripetizioni e il diluirsi . Non scoprirsi a scrivere e non intervenire che dopo che si è scritto, lasciando vivere la lingua.

     Quindi, per rispondere a certe cose un po' generiche che ho letto nella lettera di Isgrò, (ma capisco benissimo i limiti di una economia epistolare), dirò che ai " Novissimi`' non mi sembra che pesino i significati, ma le strutture logore (del resto come a “noi”), e che non organizzano delle frasi "mutilate" per capriccio, ma a mio avviso e talvolta con buoni risultati e in ogni modo stimolanti, per ricavarne e cercare nuove condotte, appunto.

     Nessuno del resto sa che farsene dei significati, in partenza, non si fa una poesia perché si ama una donna o si odia la guerra, ma i sentimenti e le emozioni sono pretesti per servirsi del linguaggio, in una parola: per lavorare.

     Condivido il vocabolo "eretici", e mi sembra che sia chiaro, da quanto ho detto sopra, che sarei d'accordo anche per "furore dialogico"; se non avvertissi che di tale furore ne hanno abbastanza anche nel Gruppo '63. Poi, che ci sia uno stacco nel manovrarlo, e la partecipazione non sia emotiva, secondo me è un vantaggio e un bene; a meno che non si arrivi con questo allo schema freddo che sterilizza la carica e lo spessore; ma questo non mi sembra avvenga per esempio in Manganelli, in certe costruzioni di Giuliani e negli stessi spessori traslucidi di Sanguineti.

     Trovo anche inesatte, forse perché affrettate, certe affermazioni riguardo a Pagliarani, Pier Paolo Pasolini e lo stesso Sanguineti. Ma questo fa parte di un bagaglio culturale che uno filtra e interpreta come crede.

     In conclusione credo che se deve nascere una rivista, questa deve essere sopra tutto "necessaria" per chi intenderà farla, e che tutti vi si lavori per provare le proprie tecniche e idee senza fare delle affermazioni di principio, o peggio ancora ideologiche, di gruppo o di categoria: noi così e loro no; noi vogliamo e loro sono.

     Ho posto molta attenzione in questi ultimi giorni alla rivista "Grammatica", appunto un periodico di lavoro e di incontro collettivo, e condivido quel loro accenno che vi fanno dell'universo linguistico, e il poeta dentro che se ne serve e lo interpreta con strumenti di volta in volta più efficienti e lubrificati possibili, pronti a captare; ma la produzione non deve mai sapere di laboratorio, altrimenti non vale niente e sarà tutto consumato dalla curiosità; quindi luogo d'incontro questo nostro periodico, semmai, per tentativi, ricerca e per saggiarvi nuove fratture; e lo vedrei senza titolo lambiccato o archeologico, ma semplicemente indicativo del lavoro da svolgervi e comunque in una veste snella e disegni legati (degli stessi autori?) ai testi stessi.

     Per gli interventi anonimi l'idea è buona e si potrebbe applicare sotto forma di dibattito registrato, in cui ciascuno dice la sua in un complesso di domande e risposte che non portano i nomi; ma per determinati interventi sarà necessario che compaia 1’opinione non condivisa dagli altri.

     Deve figurarvi, molto il pastiche (intreccio di piani conoscitivi diversi) anche per la parte critica, dato che il pastiche demistifica e scalfisce, azzarda e prepara nuovi piani di conoscenza. Cercare sempre qualcosa che ancora non si conosce, o non si capisce; mai manifestare conferme delle proprie opinioni; bisogna sempre riproporre a noi stessi e agli altri tutto da capo; non si è mai conquistato un bel niente; e innanzi tutto non esiste un bel niente da conquistare, ma solo il lavoro; né qualcosa da fermare e spiegare una volta per tutte; insospettirsi quando le cose sembrano semplici e chiare; allora non ci sarà la verità, né la poesia; la poesia non è mai chiara, dà solo delle indicazioni approssimative di un mondo nuovo (però il mondo individuato deve essere nuovo); il poeta deve significare disturbo, presenza sgradita e quindi pungolo di ricerca. Impulso a non fermarsi, solo questo.