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                                                     L’ADESIVO COME PROTESI
 

 

                                                                       Da dove ha origine la scienza?

                                                                       Dall’abbandono della sapienza;

                                                                       dalla mancanza di arte (Nietzsche)

 

     Ogni esigenza ha un suo linguaggio: la madre del muto ne capisce i segnali; un cieco andrà necessariamente più adagio; da parte mia non sono da meno sulla pagina. Del resto sono note le scaramanzie di quanti al tavolo hanno bisogno di determinati ordini e d’"intavolare" determinati riti; di concertare degli avvicinamenti più o meno circoscritti; di utilizzare alcuni strumenti e non altri: io ho l'adesivo: non saprei come chiamarlo, altrimenti.

     E' nota la passione in chi pratichi la scrittura per la cancelleria e in particolare per ogni genere di penna; quindi per le macchine da scrivere, oggi dilagata nella "computeria"; che qui non voglio assolutamente snobbare, pur vedendomi resistente per motivi del tutto pratici, prima che “ideologici”. Il fatto è che per la miopia e una certa facilità a stancare la vista con la luce artificiale, lo scherno da scrittura, tenuto a notevole distanza a causa della frapposta tastiera, dovrei frequentarlo con gli occhiali, la cosa producendomi un fastidio immediato per una messa a fuoco impossibile; ma senza le lenti non vedrei nulla: solo una lampadina accesa; ferendomi fino alle lacrime. E questa sarebbe già una causa necessaria e sufficiente ad accantonare lo strumento a consolle. Ma quella della manipolazione artigianale del foglio, su di esso nella parola scomposta e ricomposta attraverso spostamenti e cancellature, ritagli e montaggi successivi, non è meno imperativa ragione di perplessità a servirmi del pletorico attrezzo a mouse.

     Sono stato tentato, intendiamoci, a utilizzare lo schermo invece della pagina, per le mie manipolazioni; poi, all'atto pratico, l'impossibilità di seguire sul vetro, anziché sulla carta, l'intervento operativo, ha sempre frenato ogni possibile, ulteriore pazienza. Non arrivo a maledire il riscaldamento centrale, che Paul Léautaud nel suo "Journal'' aveva in orrore, in quanto lo stesso poi aborriva anche la macchina da scrivere, che dà a qualsiasi scritto l'aspetto volgare d'una circolare, diceva, ma confesso una notevole perplessità a venire aggredito di continuo da macchinari imperativi e intriganti, mentalmente parlando: sorta d'uscieri alle costole nell'impormi comunque tempi e modi loro. Anche nel mezzo di trasporto privilegio del resto quello pubblico, con tutte le debâcles che tale temerarietà comporta in fatto di attese snervanti, intemperie subite, adiacenze fattesi sempre più sgradevoli, ultimamente, in quanto aborrendo il traffico, sull'autobus perlomeno tutti codesti accidenti li delego al conducente; nel caso poi vi possa guadagnare un posto a sedere, pronto a godere il tragitto, immerso nei casi miei: cellulari e sfrontatezze vocali permettendo. Ciò premesso non mi si può negare che, avendo la scrittura a protesi d'un animo particolarmente scontroso e indignato per ogni cosa che mi succeda, la lentezza artigianale che comporta la gestione della stessa attraverso la lettera 22, la correzione a penna, la ribattitura con tutti gl’interventi successivi, fino all'eventuale traguardo, recano al testo un tempo ben maggiore e naturale, al fine di stanarlo nelle sue necessità evolutive, rispetto al computer.

     Insomma sulla prima stesura alla macchina, che non dovrà essere elettrica, sembrandomi con. questa e in questo caso di venire costantemente strattonato dal rantolo del suo motore sotto sforzo, se la penna che principia a fare la scherma con i caratteri e le righe per raddrizzare l'impalcatura del senso, ha una sua cadenza “manuale”, dipanandosi sui significati quasi a carezzarli attraverso altrettanti trattini, a me pare di facilitarne il respiro interiore tuttora indistinto e circospetto, timoroso ancora nel suo mostrarsi, quasi a convincerlo a decidersi per il meglio, rassicurandolo sui tempi e sui fini che mi sono proposto, ma che non conosco ancora bene neppure io.

     Quando la pagina poi, sufficientemente chiara dopo l'ennesima stesura, stende il suo candido sparato, accingendomi a una rilettura che vorrebbe essere l’ultima, se talune sue imperfezioni saltano ancora fuori, allora subentra un bisogno intenerito di salvarla, quasi fosse un colpo affetto da ferite da tamponare con amore, non sembrando né lecito né decoroso cestinarla per una nuova ribattitura. Il foglio ha assunto un suo significato d'affezione e intoccabilità, salvo appunto codesti piccoli o meno piccoli interventi e aggiustamenti di tiro: e allora subentra l'adesivo, sorta di cerotto e d'emostatico, di cotone idrofilo e di tampone salvatutto. Mi spiego meglio. Su una pagina, per altri versi nitida e ben compilata, stridono quegli interventi sopravvenuti a penna a modificare dei plurali, delle aggettivazioni; infastidiscono quei punti d'interpunzione fatti a biro o con la stilografica, palesemente sconci rispetto al nitore del restante carattere meccanico; sarebbe come licenziare un libro che al suo interno fosse farcito di modifiche eterogenee; ecco allora l'adesivo, capace di recuperare e rinnovare al foglio quel suo volto deturpato dagli in estetismi; il ripristino del pulito, dopo lo scempio dello sporco, facendosi proprio la mano di Dio dopo il diluvio.

     Ma l'adesivo dovrà essere della medesima tonalità di bianco proprio della pagina che dovrà subirlo; quindi, inseritolo nel rullo della macchina da scrivere, in quei nastri predisposti su carta paraffinata che vendono appositamente per le targhettature e gl'indirizzi, comincio su questo supporto a batterci i vari semi alfabetici e quelli di stacco, via via rileggendo la pagina in questione; alla fine della quale, sfilato il gomitolo tutt'ora baciato al suo supporto, con una forbice ne ritaglio tante fettucce quante saranno state le righe che ne sono venute fuori, con precisi interventi resecatori, molto affini, a guardar bene, a quell'opera di chirurgia cui s'è appena accennato: adesso si tratterà di riprendere daccapo a leggere la pagina, con le singole fettucce in mano, stavolta liberate dal supporto neutro della paraffina sottostante, ad ogni `'magagna" incontrata premendoci sopra l'analogo segno ottenuto con la macchina; quindi con un movimento preciso della mano destra, o meglio delle dita delegate che premono perché la porzione dell'adesivo parcellizzato aderisca alla sottostante correzione, con l'indice della sinistra trattengo il lembo, cosicché allo strappo non possa venir via il tutto, ma solo la frazione della fettuccia residua, non ancora li utilizzabile; altrimenti succederebbe lo scempio non solo del rigo in questione, ma anche di quelli adiacenti, data la forza propulsiva dell'adesivo impiegato: e il foglio è salvo.

     Chi può negare che questa sorta di lento accadimento e di stremata lotta col testo non rechi allo stesso una ulteriore, sicura “meditazione” e un ingaggio d'interventi che non altrimenti potrebbero prendere vita? O almeno di questo ne sono tanto convinto, da crederci in definitiva per davvero, perseverando da una vita con una pazienza meritevole di sorte migliore.

     Ma, si badi bene, con questo non voglio certo convincere altri a una simile medicazione madornale; ma non mi si può negare che l'artificio ha qualche attinenza con quello proprio della miniatura e d'un bulino, quando vogliano giungere a migliore resa; mentre così numerose cure a sprezzo d'ogni tempo necessario al disegno salvifico, recano alla pagina un indubbio valore aggiunto; quasi di sfida e d'esempio, d'argine alla fretta, all'urgenza e in definitiva al pressappochismo imperversanti. La pagina qui è carezzata, molcita, seguita, oltrechè nei suoi significati, nella tornitura che le sia necessaria a rendersi presentabile, in una veste che dichiari l'amore e l'attenzione, suscitandoli sicuramente anche nell'editore, proponendogliela, convinto che non potrà rifiutarmela. O non ne sarebbe degno,in caso contrario. E' così evidente.