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                                                                        QUINDICI SASSI

 

 

          Il non vedere tutto, il potersi perciò
 spaziare con l’immaginazione
                                      riguardo a ciò che non si vede…(Giacomo Leopardi)

                                                                                                                                                                         

 

Nella città di Kyoto, in Giappone, esiste un giardino famoso per la sua architettura rigorosa e apparentemente povera. Infatti, del tutto privo di piante, nel suo ambito non presenta né erba, né corsi d’acqua canterini; non vi si posano dunque uccelli e assolutamente sterile e si direbbe asettico, data questa sua immobilità inalterabile, è strutturato attraverso quindici nudi sassi di varia grandezza, sepolti più o meno profondamente in uno strato di ghiaia grossolana, arata secondo una serie di solchi paralleli tra loro dall’andamento ellittico, omogenei e ininterrotti, come fossero altrettanti pentagrammi affiancati. Ma questo giardino, unico nel suo genere, proprio per questa sua insolita scenografia che sconvolge l’idea stessa di giardino, privo com’è volutamente d’ogni influsso romantico, umori instabili e accorato descrittivismo, ha una peculiarità che lo rende emblematico: da qualsiasi parte lo si ammiri e comunque se ne percorra il perimetro, delle sue quindici pietre, una resta costantemente invisibile allo spettatore, pur conoscendone questi benissimo l’esistenza.

Ebbene, in un simile giardino, come in ogni idea che nell’esperienza d’ogni giorno rinviasse a dell’altro mantenuto nascosto e non dichiarato, non evidente, eppure sottinteso e proprio perciò più inquietante, riposa l’idea stessa di poesia, che non può non rappresentare l’altrove e turbare proprio attraverso l’intuito e la simbologia di qualcosa che è, ma che resta puntualmente non palesata del tutto in un rinvio permanente.

Williams Carlos Williams insegna che una poesia non deve significare, ma essere; ossia non deve raccontare, descrivere, adattandosi a uno sfogo psicologico e a una necessità pratica del suo autore, ma sovrapporre e intrigare per segnali attorno alla storia, la cronaca e la quotidianità più o meno drammatiche, tramandovi sopra un bozzolo di lancinanti e sempre sfuggenti rinvii, ogni volta instabili e mai categorici; ma proprio per questo vitali e dinamici, così da obbedire per quanto possibile a un’altra luminosa prescrizione, stavolta dettata da Wittgenstein: “Immaginare un linguaggio è immaginare una forma di vita”; un organismo completo, a sé stante, stabile e definitivo, a metafora, richiamo e simbologia di quanto, più o meno realmente esistente e avvertito, perplige e sconcerta, in quanto disordinato, offensivo e disperante; non foss’altro, ove non venisse così fermato, destinato all’insuccesso e a perire.

La poesia, quando è tale, è davvero uno strumento capace d’instaurare un mondo di certezze, data la dissipazione e la corruzione imperversanti; e assolutamente priva di scopi secondi e vanitosi, di provvisorietà e di arroganze, d’impazienze e di protagonismi, illumina la penosa sconfitta del vivere. La poesia, perseguita con umile rigore è l’emostatico che in limpida necessità mantiene saldo il disperso, in un grumo nitido e finalmente non più deperibile.

Stando così le cose, sembrerebbe che nella poesia, come in ben poche altre espressioni e manifestazioni dell’uomo possa andare ancora riposta la speranza di uno scatto rivalutativo, dinanzi all’ottuso opportunismo che invece si continua banalmente a privilegiare con l’arroganza più becera in ogni campo.

Ed è in questa prospettiva ed esigenza di profondo rinnovamento della qualità della vita, dei suoi valori primari e speranze sociali, che nonostante tutto fiorisce l’istanza poetica, per l’impellente motivo di fondo rappresentato dal fallimento d’ogni altro progetto politico, ideologico e religioso, fino a ieri tenuto in considerazione.

E un rilancio della poesia indubbiamente si ebbe, a partire almeno dal relativo successo avuto da “Satura” di Montale, gli editori, altrimenti impegnati, annusando un minimo di profitto anche da questo ramo, secco per antonomasia; salvo a ripiegare ogni interesse al lievitare dei costi sopravvenuto l’indomani della crisi energetica, dimostrando una cattiva coscienza, mai sufficientemente occultata.

In queste pagine si vuole auspicare un cambiamento di tendenza, illustrando come l’espressività della lingua significhi un costante riscatto per l’uomo che ne abbia sensibile padronanza di fattura e lettura, recandogli una marcia in più, sia pure attraverso un impegno dalla serenità irrespirabile.

L’alternativa al gorgo dei media, intesi come clonazione d’ogni individualità, catturata da un audience ferale e dalle imposizioni provenienti dai consigli per gli acquisti più squallidi, resta la poesia, dettagliandone movenze e ricchezze, quale viaggio e strada da percorrere.

Ma si spengano per favore i cellulari, ci si salvaguardi dal televisore inteso come coscienza di classe, se si vuole l’opportunità d’ascoltare la musica del senso e della salute, pagando la scelta, naturalmente, in termini di raccolta solitudine: o, a stordirsi alla balneazione del branco, cosa racconteremo ai nostri ultimi giorni? E ai possibili superstiti d’un conflitto esploso, d’accordo, non da oggi, ma dall’attentato all’orgoglio delle Towers, proliferato ingovernabile tra la religione del consumo e del profitto gravido di bende e quella del terrore, divenuto dogma d’una fede coltivata per troppi secoli nel vitro d’un’ortodossia fattasi alibi ai più esecrandi  traffici sotto i camicioni del monoteismo, di marca romana, israeliana e islamica che sia.

La letteratura, quale vibrazione e luminescenza della frase che ripopola il silenzio della paura e della sconfitta d’essere nati e di dover morire, può ancora una volta compiere il miracolo di sostenere l’uomo in una sorta di protesi, dinanzi al suo destino infame, in quanto basta a se stessa e non può dire il falso, ingannare; questo fin dai suoi primi esempi e riferimenti a graffito, a quelli “lineari” e cuneiformi, mesopotamici e accadici, geroglifici, che risalgono a qualche millennio precedente la nostra era, per venire all’alfabeto consonantico e fenicio e da esso all’ebraico, all’arabo, al sanscrito, all’etrusco, al cirillico, al cinese, al latino e all’ebraico; la letteratura infatti non ostenta, non ama l’esplicito, in un continuo gioco di spiazzamento folgorando il possibile lettore che voglia sostenervisi, tramite l’eroica funzione della propria sensibilità individuale, sciolta da rispetti, dipendenze, sudditanze di greppia e d’appartenenza che non sia soltanto a sé riportabile.

“Il verso è tutto”, enunciò Mallarmè oltre cento anni fa, “se si scrive”, presupponendo che la prosa non sia altro che un verso spezzato “perché ogni anima è un nodo ritmico”. Se la storia della letteratura, annoterà a questo riguardo Calasso, sapesse nominare ciò che accade nella letteratura, parlerebbe così, trattandosi di un “essere” inaccessibile per altra via, che ci abita pretendendolo, assimilandosi alla ricerca d’un assoluto che coinvolga il tutto, sciolto da qualsiasi altro vincolo e funzionalità rispetto al sociale, proclamato che sia con arroganza o con accorgimenti clandestini e subdoli; un “sapere” insito alla fisiologia della scrittura. La letteratura, protetta da molteplici maschere, parla e si riconosce nella vibrazione della pagina, qualunque sia la sua forma, che basti a se stessa; onnivora, come lo stomaco di certi animali, dove si può incontrare di tutto, proseguendo intanto il processo vitale, nondimeno. Per Novalis nello scrivere avviene qualcosa di folle, il processo curandosi solo di se stesso, per un mistero così mirabile e fruttuoso, la verità risplendendo originale, nel senso etimologico del termine; si tratta del lato infinitamente serio del linguaggio, com’è per la formula matematica, che com’è noto rappresenta un codice a parte, rispecchiando anche qui lo strano gioco di relazione delle cose nella loro libera interpretazione; e si fa profeta chi abbia il senso sottile di questa interpretazione, deriso come Cassandra dai Troiani per la sua preveggenza; ma è questo l’ufficio della poesia: rendere comprensibile il mistero del linguaggio. A chi? Ma a chi abbia qualche interesse al suo svelamento. Ed eccoci ancora ai quindici sassi del titolo e al tracciato pentagrammato inciso sulla sabbia che li accoglie, fatto col rastrello: scrittura allo stato puro, la cui lettura ne sospende di continuo l’interpretazione, pur provocandola.